I post più visti su Facebook sono diventati un problema

(reuters)
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Facebook ha un problema. Cioè ne ha diversi ma in questi giorni il problema numero uno sembra essere diventato: i post che condividiamo, quelli con cui interagiamo. Quali sono? Qualche giorno fa è stato pubblicato il primo “Widely Viewed Content Report: What People See on Facebook”. In realtà era il secondo rapporto ma ci arriviamo. Una mossa che teoricamente avrebbe dovuto porre Facebook più avanti di tutti gli altri social network in termini di trasparenza. Ma qualcosa non ha funzionato. Il report infatti avrebbe dovuto essere la risposta alla convinzione diffusa che i contenuti che hanno più successo su Facebook (il successo si misura soprattutto in termini di engagement sui social) siano contenuti di estrema destra e/o prossimi alla disinformazione, in particolare sulla pandemia (accusa rilanciata anche dal presidente Biden che ha affermato che Facebook addirittura in questo modo “uccide le persone”). 

Questa convinzione diffusa da qualche tempo era suffragata da dati forniti dallo stesso Facebook attraverso uno strumento di analisi, CrowdTangle, che Mark Zuckerberg ha comprato nel 2016 per metterlo a disposizione degli studiosi e delle aziende che così possono monitorare i loro investimenti in pubblicità. Il problema è nato quando un giornalista del New York Times, Kevin Rose, ha cominciato a usare CrowdTangle per fare su Twitter un bollettino quotidiano dei post di maggior successo su Facebook, bollettino che dimostrava appunto il grande successo di estremisti e sparaballe. 

In tutta risposta (oppure per una coincidenza) ad aprile il team di CrowdTangle è stato smantellato e riassegnato ad altri incarichi: va detto (lo ha rivelato il New York Times), che ad un certo punto della pandemia, gli analisti di dati di CrowdTangle avevano proposto di dedicarsi a scoprire come viaggiava la disinformazione sul social, ma la loro proposta era stata lasciata cadere. Smantellato CrowdTangle, Facebook si è messo a produrre il report dei contenuti, ma non quelli con cui interagiamo maggiormente (like, condivisioni, commenti), ma quelli più visti, cioè quelli che sul newsfeed ci vengono mostrati di più. Tutta un’altra storia. Cosa dice quel report? Poche cose interessanti: dice che i contenuti più visti sono quelli che ci segnalano i nostri amici, che fra i siti più condivisi ci sono Amazon e YouTube (abbastanza scontato), elenca le URL dei post di maggior successo - ma include anche tutto lo SPAM che gira sul social. Insomma, trasparenza vera poca. Qualcuno lo ha paragonato ad una inchiesta sul cambiamento climatico fatta da una compagnia petrolifera. 

Quando è uscito questo report poi si è scoperto - sempre il New York Times - che non era il primo ma il secondo, e che il primo non era stato pubblicato perché i risultati non erano stati giudicati positivamente dal team che gestisce le relazioni pubbliche di Facebook. In particolare emergeva come uno dei post più visti dei primi mesi dell’anno fosse la “notizia” di un medico in Florida morto per il vaccino da covid-19. Dopo la denuncia del New York Times il primo rapporto è stato effettivamente pubblicato ma le polemiche non si sono fermate. Casey Newton, uno dei massimi esperti di piattaforme digitali, ha scritto: “La pubblicazione del Widely Viewed Content Report è stata una debacle, una serie di errori non forzati che, invece di cambiare la narrativa in termini più favorevoli a Facebook, hanno rinforzato la percezione che l’azienda stia nascondendo qualche scomoda verità”. Quale? 

Fermiamoci un attimo a fissare alcuni punti fermi. Il primo: non stiamo parlando solo di un fatto interno ad un social network ma della piattaforma più usata del mondo e quindi di quella che maggiormente contribuisce alla formazione dell’opinione pubblica globale. Secondo, quello che sicuramente emerge è che il problema non è l’algoritmo, ovvero i contenuti proposti dal NewsFeed, ma piuttosto il nostro comportamento, il nostro modo di reagire ai contenuti. Interagiamo con quelli più “estremi”, ignoriamo gli altri. Il problema di Facebook insomma siamo noi. 

Ciò detto, quello che accade non può essere un fatto privato e basta. Ethan Zuckerman, uno dei più ascoltati osservatori della rete, ha scritto un post molto duro sul report di Facebook, concludendo che non si può più aspettare che Facebook ci conceda il privilegio di avere qualche dato scelto da loro, ma occorre trovare il modo di andarseli a prendere e capire cosa davvero accade quando stiamo in rete. 

Lo riporto letteralmente:  “It’s time for us to figure out how – respecting user privacy and research ethics – to get the data we need to understand what’s going on with these platforms”. 

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