Dal nostro inviato sui social network

Nel film Special Correspondents, gli attori Ricky Gervais ed Eric Bana si fingono inviati in Ecuador: in realtà fanno il reportage da una casa di fronte al loro giornale 
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Ammiro molto Enrico Franceschini (avrei scritto invidio, ma l’invidia è una brutta cosa...). E’ un grande giornalista, è stato corrispondente e inviato nelle piazze più interessanti da raccontare. Eppure riesce a trovare il tempo, il modo e l’ispirazione di scrivere (bei) romanzi.

Non stiamo parlando di Dickens o Hugo, è il primo a saperlo, ma i suoi sono romanzi leggeri e ben scritti, ben costruiti e con una idea dentro. In questi giorni mi è tornato in mente il suo Scoop (2017), che è dedicato al giornalismo e che più di altri è autobiografico ovviamente. Ci ho ripensato notando il fatto che ci sono sempre meno inviati dei giornali nei luoghi pericolosi dove si fa la storia. Per esempio a Kabul. Un po’ dipende dalla sicurezza (il giornalismo paga ogni anno un importante tributo di vittime, e comprendo in questo discorso anche fotografi e video operatori). E un po’ da ragioni di costi: inviare un giornalista in una zona lontana dove c’è un conflitto costa. E così gli inviati sono sempre meno e persino le agenzie di stampa, che dovrebbero essere la fonte di informazione primaria, orma traducono agenzie internazionali o (sempre più spesso) attingono ai social. 

Qualche giorno fa una collega ha scritto che stiamo creando “giornalisti influencer”, cioè che si limitano a maneggiare il materiale dei social network per costruire reportage che in realtà non sono racconti dal fronte, ma riassunti (ben) fatti dalla scrivania di casa. Per questo mi è tornato in mente il romanzo di Franceschini che celebra, con ironia, le gesta di un gruppo di inviati speciali italiani in un Paese centroamericano durante una guerra civile di tanti anni fa. I personaggi di Scoop sono ovviamente romanzati, ma molti ci riconosceranno qualcosa di alcuni giganti del nostro giornalismo. Insomma, cosa fanno al fronte i nostri inviati? Alcuni stazionano nell’hotel di lusso con piscina dove sono alloggiati e seguono gli eventi in tv, altri si fanno informare dai tassisti che li portano in giro, altri ancora si inventano interviste nella giungla dove non sono mai stati certi di non poter essere smentiti. Ai tempi non c’era la Rete, non c’erano i social: ce lo vedevi un guerrigliero a fare una smentita? E’ un romanzo, Scoop, e come tale va preso.

youtube: il trailer del film Special Correspondents

Il giornalismo, lo dicevamo, ha un elenco lunghissimo di reporter eroici che hanno perso la vita per raccontare una storia. Ma oggi è possibile raccontare l’Afghanistan anche usando le miriade di informazioni che vengono dai social, imparando a distinguere le notizie autentiche dalle balle, individuando le cose migliori e scartando la propaganda, prendendo contatti con le fonti più attendibili che stanno sul luogo. Non è banale, richiede competenza e serietà, ma è possibile, aiutati anche dagli strumenti di traduzione automatica dei social e dalla facilità con cui si può fare fact-checking. 

Insomma, andare nei posti, “consumarsi la suola delle scarpe”, come si diceva una volta, resta la strada maestra (leggetevi un vecchio libro di Tiziano Terzani, che stava davvero in Afghanistan, se volete capire cosa sta accadendo oggi). Ma sempre più spesso quella strada è chiusa. E allora “l’inviato sui social network” diventa un'importante evoluzione del nostro mestiere che non crea necessariamente una informazione peggiore.