Tech Test

La prova di The Last of Us Remake, il ritorno di uno dei videogiochi più amati degli ultimi anni

La prova di The Last of Us Remake, il ritorno di uno dei videogiochi più amati degli ultimi anni
Nuova grafica, nuovo audio, nuovi dettagli ma le stesse emozioni di un gioco capace di raccontare una storia classica in modo tutto nuovo
3 minuti di lettura

The Last of Us ha rappresentato e rappresenta tutt’ora uno dei gioielli del mondo PlayStation, uno di quei giochi capaci di unire pubblico e critica e che rappresentava, fino all’arrivo del secondo capitolo, il punto più alto del processo di raffinamento che gli sviluppatori (lo studio si chiama Naughty Dog) avevano messo in atto con Uncharted.

Un processo che si basa sulla capacità di generare esperienze altamente cinematografiche, con una scrittura ricca di personaggi umani, ambientazioni convincenti e meccaniche ormai conosciute ma spinte al massimo delle loro possibilità. Perché alla fine The Last of Us è solo l’ennesima storia di zombie, questa volta creati da un fungo, mescolata con elementi del romanzo La Strada di Cormac McCarthy e una spruzzatina del classico archetipo che vede un adulto e un bambino in viaggio assieme. Ma la capacità narrativa di Naughty Dog, la loro cura per i dettagli, la sensibilità nell’essere registi presenti, ma mai troppo invasivi nelle scelte del giocatore e la loro conoscenza su come si mette in piedi un’ottima scena di azione in un videogioco, hanno reso questo titolo uno dei più amati e conosciuti per quanto riguarda i titoli mainstream.

E quindi non è un caso che poco dopo il suo debutto, avvenuto a giugno 2013 su PlayStation 3, il gioco sia stato prontamente portato l’anno successivo in versione Remastered su PlayStation 4 e che oggi sia sbarcato anche su PS5 con una versione chiamata Remake. Il tutto con una serie tv in arrivo con Pedro Pascal e Bella Ramsey.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di Remake, in questo caso? Il termine, pur arrivando in prestito dal cinema, nel mondo dei videogiochi si presta a molte interpretazioni differenti. Dal punto di vista narrativo, il gioco è identico, non cambia una virgola nei dialoghi né nelle sezioni di gioco, e incluso c’è anche il contenuto aggiuntivo di Left Behind, un bellissimo spinoff dedicato al personaggio di Ellie e alla sua amica del cuore, che narrativamente vale almeno quanto il gioco principale.

Guardando un video che paragona vecchia e nuova versione, le differenze grafiche saltano subito all’occhio: i colori sono più intensi, i panorami più ricchi e in alcuni casi sono stati cambiati per essere ancora più belli e particolareggiati, i dettagli sono un’infinità, dal modo in cui un muscolo si contrae al vestito che segue le forme passando per pozzanghere e detriti. Ma soprattutto i volti sono cambiati, per rendere il tutto più coerente con il secondo capitolo o per dargli una maggiore caratterizzazione, e sono molto più espressivi. Questo arricchimento va in qualche modo a influenzare anche come il gioco ci parla, perché adesso le espressioni facciali sono in grado di veicolare ancora più emozioni e sfumature rispetto al passato. Immaginate il restauro di un quadro in cui improvvisamente possiamo effettivamente vedere espressioni fino a quel momento celate.

E lo stesso vale per l’audio, che sfrutta le nuove tecnologie per offrire maggiore tridimensionalità, e per il gioco vero e proprio, in cui l’intelligenza artificiale di compagni e mostri è stata migliorata, offrendo un livello di sfida più accurato e vario. Certo: è un peccato non poter raggiungere il livello delle animazioni e del gameplay di The Last of Us 2, ma sono pur sempre giochi progettati in modo diverso.

Inoltre, gli sviluppatori hanno applicato tutte le loro conoscenze in termini di accessibilità apprese con The Last of Us 2 per implementarle in questo Remake, che quindi può essere giocato da molte più persone con disabilità. Le ultime due aggiunte sono una modalità speedrun, per cronometrare esattamente in quanto riuscite a finire il gioco, e permadeath, in cui dopo una sola morte dovrete ripartire dall’inizio.

Insomma: il valore di questo remake non è neppure da mettere in discussione, se è la prima volta che lo giocate non dovete assolutamente farvelo sfuggire, se invece siete già al secondo o terzo giro sta a voi decidere se spendere gli 80 euro chiesti da Sony, per i quali c’è stata qualche polemica.

E questo in effetti ci pone davanti a un dibattito molto interessante che si mescola con l’intricato modo in cui i videogiochi ci parlano e la sostanziale differenza dal mondo del cinema. Se per quanto riguarda il concetto di remaster, cinema e videogiochi più o meno si avvicinano, perché si parla di prodotto del passato che viene visivamente ripulito ma niente di più (anche se ripulire un pellicola e mettere texture in alta definizione sono due cose diverse e nei videogiochi possono succedere disastri), quando si parla di remake le due strade si separano abbastanza nettamente. 

Nel cinema il remake vuol dire spesso prendere il medesimo concetto e cambiare ambientazione o alcuni punti della storia per attualizzarlo. Nei videogiochi, in cui la componente interattiva è essenziale, quando si fa un remake lo stravolgimento si avverte in maniera più personale. Da questo punto di vista sono ottimi esempi i remake di Resident Evil 2 e Final Fantasy VII, che sono giochi completamente diversi rispetto agli originali con cui mantengono alcuni punti in comune. Corre la stessa differenza che passa tra La Cosa dell’Altro Mondo del 1951 e La Cosa di Carpenter del 1982, con in più lo straniamento di un sistema di gioco completamente differente.

Sotto questo punto di vista, il remake di The Last of Us, pur essendo un gioco completamente ricostruito, è molto più fedele all’originale. Qualcosa di simile a George Lucas che aggiunge più X-Wing nella battaglia finale di Episodio 4 e esplosioni più realistiche adesso che può farlo. Anche se lo avete già giocato, rigiocarlo sarà un piacere, soprattutto se non lo fate da anni: ne vale la pena per apprezzare la scrittura di personaggi, Joel su tutti, che pur non svelando tutto di loro stessi dicono tanto della loro natura e di un mondo che attraverso la violenza e i traumi ha lasciato solo macerie, sullo sfondo di un complesso rapporto tra padri improvvisati e figlie putative.

La sua importanza strategica per Sony, che lo tratta come se fosse una nuovissima esclusiva, è palese: sia perché tiene a ricordare a tutti il potere delle sue esclusive, anche se solo temporali, sia perché c’è pur sempre una serie tv cui tirare la volata. E chissà se proprio la serie, mancando la forte componente emotiva data dall’interattività, saprà dare le stesse emozioni, ancora una volta.