Il caso

Crollano gli investimenti in startup: la conferma arriva dagli USA

Crollano gli investimenti in startup: la conferma arriva dagli USA
(ansa)
Dopo un 2021 all’insegna dell’euforia, anche i finanziamenti nelle società innovative stanno risentendo del clima negativo: le cause del calo e le possibili conseguenze sulle aziende
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Che le attuali incertezze economiche si ripercuotessero sui più disparati settori finanziari era prevedibile e i numeri non fanno che confermarlo. Probabilmente anche a causa di un 2021 all’insegna dell’esuberanza speculativa, le azioni del Nasdaq sono scese del 25% da inizio anno a oggi. Nello stesso lasso di tempo, alcuni dei più importanti colossi della Silicon Valley hanno subito crolli degni delle criptovalute: Meta ha perso il 50%, Amazon il 30%, Netflix un’impressionante 66%.

A proposito di criptovalute: sempre da inizio anno a oggi, i bitcoin sono passati da 50mila dollari di valore fino a 19mila e anche il mercato nel suo complesso è sceso di oltre il 60%. Oltre alle difficoltà macroeconomiche (legate principalmente alla guerra in Ucraina), gli esperti hanno anche sottolineato come quanto avvenuto nelle scorse settimane abbia tutte le sembianze dell’inevitabile scoppio di una bolla speculativa che aveva coinvolto anche i beni finanziari più tradizionali (perfino il vecchio Dow Jones è cresciuto del 25% nel corso del 2021). 

Di tutto ciò sono rimaste vittima anche le startup, che nell’ultimo decennio – riporta il New York Times facendo riferimento a quelle statunitensi – “avevano goduto di una crescita sproporzionata negli investimenti, alimentata da un’economia in espansione, da bassi tassi d’interesse e dal fatto che le persone stiano usando sempre più tecnologia, dagli smartphone alle app, fino all’intelligenza artificiale”.

Questa crescita sproporzionata si è adesso bruscamente interrotta: nell’ultimo trimestre, gli investimenti nelle startup a stelle e strisce sono calati del 23% (dato peggiore dal 2019), fermandosi a quota 62,3 miliardi. Peggio ancora: nei primi sei mesi dell’anno, le vendite di startup e le quotazioni in Borsa (che sono lo strumento principale con cui gli investitori vengono ripagati) sono precipitate dell’88% rispetto a un anno fa, fermandosi a 49 miliardi.

Numeri simili, anche se ovviamente più piccoli, si ritrovano sul mercato europeo: nei mesi di marzo e aprile le startup che hanno sede in Unione Europea hanno ricevuto finanziamenti per 7,5 miliardi: un calo nettissimo rispetto ai 12,3 miliardi segnalati tra gennaio e febbraio. “In particolare, stiamo assistendo a una netta ritirata dei cosiddetti round di finanziamenti ‘supergiganti’: investimenti dai 100 milioni di dollari in su”, scrive il sito specializzato Crunchbase. “Ce n’erano stati 31 destinati alle startup dell’Unione Europea a gennaio e febbraio e soltanto 19 tra marzo e aprile”.

Anche in questo caso, alle difficoltà legate alla guerra sembra aggiungersi una correzione alla bolla: nel corso del 2021, i finanziamenti verso startup europee (incluse quelle esterne alla Ur) avevano raggiunto i 116 miliardi, una crescita addirittura del 159% rispetto all’anno prima. La situazione da entrambe le parti dell’Oceano (America Latina compresa) ha portato le maggiori realtà di venture capital, come Sequoia Capital o Lightspeed Venture Partners, a mettere in guardia le società più giovani, segnalando di tagliare i costi, mettere da parte liquidità e prepararsi a tempi difficili. Con l’inevitabile risultato che le startup hanno congelato le assunzioni e in alcuni casi fatto scattare i licenziamenti.

Al momento, sembra esserci una fase di stallo: molti fondatori di startup preferiscono non raccogliere finanziamenti perché il valore attribuito alle loro società è molto più basso rispetto a pochi mesi fa; allo stesso tempo, gli investitori non hanno intenzione di pagare gli elevati prezzi dell’anno scorso. Non solo, secondo quanto spiegato sempre al New York Times dall’investitore David Spreng, tra investitori e fondatori di startup si registrano chiavi di letture opposte: i primi non fanno che suonare campanelli d’allarme, mentre i secondi – dall’alto delle ingenti quantità di denaro raccolte negli anni passati – sono convinti che la tempesta passerà prima di metterli realmente in crisi.

Potrebbero anche avere ragione, sempre che lo scenario economico complessivo non peggiori ulteriormente.