Guerra social

I social media alla sfida decisiva con la propaganda russa

I social media alla sfida decisiva con la propaganda russa
Dai video vecchi, falsi, fuori contesto o estratti da videogame, alle false dirette TikTok passando per post e notizie che continuano a raccogliere milioni di reazioni: perché, ancora una volta, gli strumenti di Facebook e delle altre piattaforme non bastano a proteggerci dalla disinformazione
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La disinformazione di matrice russa diffusa sul web e attraverso i social network ha accompagnato gli snodi più importanti della vita politica e sociale recente in Occidente (basti pensare alle elezioni statunitensi del 2016 o alla pandemia) e ovviamente gli sviluppi nel Caucaso o in Europa orientale, quello che Mosca considera il giardino di casa, come il sostegno ai filorussi del Donbass (altro banco di prova fu l’annessione della Crimea nel 2014). Così come sta procedendo in parallelo all’invasione dell’Ucraina che ha riportato la guerra in Europa.

La ricetta, in particolare negli ultimi mesi ma anche in queste ore, è sempre la stessa con l’aggiunta di alcune novità: il solito mix fatto di account falsi sulle principali piattaforme a cui si aggiunge di recente TikTok perfino con finte dirette, testate filorusse in lingue occidentali come Sputnik o Geopolitica.ru, contenuti virali confezionati ad hoc, continui tentativi - alimentati dalla famigerata “fabbrica dei troll”, l’azienda Internet Research Agency di San Pietroburgo - di influenzare l’opinione pubblica. Stavolta l’obiettivo è anche un altro: amplificare il revisionismo storico di Putin, essenziale per giustificare le devastanti operazioni militari in territorio ucraino.

Non a caso, nelle scorse settimane abbiamo assistito a una sorta di operazione di pre-bunking da parte della Casa Bianca, della Cia e degli altri servizi segreti statunitensi, che hanno puntualmente anticipato le possibili menzogne digitali del Cremlino - per esempio la realizzazione di video “false flag” per giustificare gli attacchi - che avrebbero potuto giustificare eventuali reazioni armate. Appena alla fine di gennaio i casi documentati di fake news orchestrate dalla Russia e segnalati da EUvsDisinfo - una task force creata addirittura nel 2015 dal Servizio europeo per l'azione esterna dell’Unione Europea - erano 13mila, 5mila dei quali riguardavano l’Ucraina. Cifre evidentemente da rivedere al rialzo considerando le ulteriori mistificazioni circolate nel corso di febbraio, il mese caldissimo dell’assedio a Kiev.

Sulla questione è tornato Politico sottolineando come le principali piattaforme social stiano faticando - di nuovo, nonostante la lunga esperienza alle spalle e gli strumenti sviluppati nel corso del tempo avrebbero dovuto suggerire risultati differenti - per contrastare l’offensiva di falsità e inganni digitali orchestrati dalle diverse agenzie russe che alimentano la disinformazione. “I giganti della tecnologia tornano nel mirino rispetto alla diffusione della disinformazione” spiega il sito statunitense. Il tempo passa, le sfide cambiano ma Facebook, Twitter, YouTube e TikTok continuano a inseguire e non riesco a contenere la più surreale propaganda russa.

Dal genocidio dei civili in Donbass, sostenuto da piattaforme amiche e che circolano serenamente su Twitter e Facebook (mentre, a dire il vero, molti altri contenuti originali sono stati rimossi), ai video tratti dai videogame spacciati per bombardamenti fino ai deliranti discorsi di Vladimir Putin che, su YouTube, ospitano le inserzioni di brand occidentali. In un incredibile caos informativo a cui si aggiungono anche video storici spacciati per attuali su TikTok. Una piattaforma che se per le attività occidentali opera dagli Stati Uniti è pur sempre controllata della cinese ByteDance.

Sono contenuti privi di fondamento che tuttavia continuano a raccogliere milioni di like, commenti e condivisioni. Lo dicono sia analisi indipendenti di Politico su YouTube e TikTok che quelle interne alla stessa Meta firmate dalla piattaforma di analisi social CrowdTangle. Pessime performance in termini di sicurezza degli ambienti digitali che, spiega il sito americano, depongono a sfavore di Meta, Twitter & co, erodendo sempre di più quella patina protettiva che negli anni ne ha accompagnato la roboante crescita economica. Più trasparenza, “spezzatini” societari e smembramenti delle holding, oltre che l’indebolimento dei privilegi legali e fiscali, sono sempre più sul tavolo anche per i social media. Con la guerra in Ucraina si giocano un pezzo importante del loro futuro. Sulla base di quello che succede sul campo di battaglia, altro che metaversi.

I cinque principali media di stato russi hanno usato Facebook e Twitter per condividere articoli e contenuti privi di fondamento su presunti attacchi ucraini ai separatisti di Donetsk e Lugansk. Oppure hanno suggerito la possibilità che i paesi Nato potessero a loro volta organizzare un attacco sotto falsa bandiera con armi chimiche, attribuendolo poi a esercito e aviazione russa. Contenuti che nel giro di una settimana hanno raccolto quattro milioni di reazioni solo su Facebook.

Liubov Tsybulska, fondatrice del Centro ucraino per la comunicazione strategica che tiene sotto controllo sia i cyberattacchi che la disinformazione, ha spiegato a Politico che “le attività di propaganda si sono ampiamente intensificate nelle ultime settimane”. Facendo appunto leva sul tema del genocidio russo nel bacino del Don (sul quale, d’altronde, tornano ciclicamente le più alte cariche russe, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha perfino annunciato un dossier fotografico che presenterà all’Onu), sui falsi attacchi, sulle già viste presunte strategie Nato e ovviamente sulla più ampia narrativa a monte della posizione di Mosca.

La ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, ha per esempio annunciato pochi giorni fa che il governo di Londra intende istituire un nuovo centro governativo specificamente finalizzato a contrastare la campagna di disinformazione russa. Secondo la ministra dell’esecutivo Johnson, dall’inizio di febbraio ci sono stati “40 episodi di false informazioni russe” e per questo sarà istituita un ufficio governativo che si concentrerà sull’attività di contrasto “alle narrative false”. “Abbiamo visto raddoppiare l’ammontare dell’attività di disinformazione la scorsa settimana”, ha affermato Truss. Per non parlare di quel che circola su Telegram, con i canali di RT News che definiscono l’intervento russo come “necessario”.

Eppure Facebook e le altre piattaforme hanno messo sul piatto miliardi di dollari negli ultimi quattro anni per migliorare gli algoritmi, lanciare iniziative come le etichettature di post e contenuti dubbi per esempio rispetto a vaccini e coronavirus rimandando a fonti affidabili (azione che, nel caso dell’invasione russa, almeno per il momento non è stata replicata) e per assumere migliaia di persone in grado di analizzare in modo più adeguato quello che l’intelligenza artificiale non riesce a scremare. Solo Facebook dispone al momento di 15mila moderatori per i contenuti (ma, tanto per dare un rapporto rispetto alle priorità e alle risorse impiegate in altri ambiti, lo scorso autunno ha annunciato l’assunzione di 10mila persone per costruire il suo metaverso).

 A quanto pare questo sforzo non basta e la vicenda, in fondo, si riallaccia in modo raggelante alle dichiarazioni di Frances Haugen, l’ultima whistleblower di Meta, risalenti appena allo scorso autunno. Alla Sec statunitense, la Security and Exchange Commission, l’organizzazione no profit Whistleblower Aid che la rappresenta ha appena depositato due denunce. L’accusa è che, nella sostanza, Meta inganni gli investitori sulle iniziative adottate per evitare la diffusione di informazioni false e fuorvianti su cambiamento climatico e Covid. Lo fa perché non davvero riesce a fermare il fiume di menzogne o perché in fondo non vuole investirci più di tanto? Quali che siano le ragioni, non c’è d’altronde motivo di pensare che gli esiti con altri genere di disinformazione possano essere differenti.

Uno fra i tanti documenti diffusi da Haugen, senza data ma relativo al 2021, classificava per esempio i paesi in un livello da Tier 1 a Tier 3 in base al tipo di moderazione dei contenuti e di monitoraggio necessari per essere in grado di offrire in tempi rapidi protezione agli utenti locali. L’Ucraina non appariva in nessuna di quelle categorie, segno che gli utenti di quel paese - e la qualità di contenuti a essi mostrati - non erano fra le preoccupazioni di Menlo Park. Eppure l’annessione della Crimea è del 2014 e secondo la piattaforma di consulenza social NapoleonCat Facebook contava il mese scorso oltre 26 milioni di utenti in Ucraina e quasi 17 su Instagram.

Come sempre i responsabili delle piattaforme rassicurano sulla vigilanza e sulle ultime azioni intraprese. YouTube, ad esempio, ha spiegato di non aver registrato un aumento significativo di contenuti di quel genere, legati alla propaganda russa, ma anche di aver chiuso il canale del leader separatista di Donetsk Denis Pushilin; TikTok di aver rimosso video in cui venivano promossi contenuti pericolosi, anche se non si è capito esattamente a quale genere di clip la portavoce Sara Mosavi abbia fatto riferimento e Facebook ha messo in piedi un team con esperti in grado di capire il russo e l’ucraino, secondo lo schema seguito lo scorso agosto in occasione del drammatico ritiro delle truppe Usa e Nato dall’Afghanistan. Dovrebbe essere in grado di intervenire tempestivamente per contenere i danni. Ma ha reso disponibili anche altre misure rivolte agli utenti ucraini, che in un solo passaggio possono “blindare” i propri account. Eppure casi eclatanti di contenuti falsi o fuori contesto continuano a circolare: dallo show aereo del 2020 spacciato per un’operazione di invasione russa via cielo appunto ai videogame passando per un vecchio video girato in Libia più di dieci anni fa in cui si vede precipitare un jet da guerra e resuscitato su Facebook e Twitter.

Perfino alcune dirette su TikTok si sono rivelate degli amarissimi inganni: alcuni utenti, usando riprese false da altri posti (in un caso, per esempio, dal Regno Unito) o materiale di repertorio, per esempio di esercitazioni e risalente a molti anni fa, hanno trasmesso fingendosi a Kiev o in altri posti del paese. Tutto in cerca di soldi, follower o donazioni monetarie.

Insomma, le decisioni dei social network rispetto agli sviluppi delle ultime settimane sono state piuttosto lente e inefficaci: stando a Jesse Lehrich, cofondatore di Accountable Tech e già portavoce di Hillary Clinton, “non sappiamo davvero fino a che punto abbiano cambiato le politiche o i trattamenti interni, o se stiano facendo nuovi interventi, e quali siano questi interventi”. D’altronde “le persone spesso guardano e condividono questi contenuti ingannevoli perché sono disperatamente alla ricerca di informazioni” ha spiegato ad AP Bret Schafer, direttore del team sulla manipolazione dell’informazione al think tank Alliance for Securing Democracy. “C’è una grande domanda, una bassa disponibilità di informazioni affidabili e un sacco di notizie imprecise che riempiono questo vuoto”.