Riconoscimento facciale

L'inquietante traguardo di Clearview AI: "Entro l'anno 100 miliardi di foto nel database, ogni essere umano sarà identificabile"

L'inquietante traguardo di Clearview AI: "Entro l'anno 100 miliardi di foto nel database, ogni essere umano sarà identificabile"
Torna a far discutere la società statunitense il cui archivio di immagini di volti, ricavate dai social network e da milioni di siti internet, è usato da migliaia di enti, autorità e forze dell’ordine. Ma la difesa basata sul Primo Emendamento della Costituzione Usa scricchiola
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Finita nel mirino delle autorità britanniche, francesi, canadesi e australiane. Contestata dalle associazioni per le libertà civili e la privacy. Oggetto di inchieste giornalistiche e appelli oltre che di cause legali, soprattutto negli Stati Uniti. I fronti aperti intorno a Clearview AI sono molti ma la controversa società di riconoscimento facciale va avanti come se nulla fosse, tradendo anche le promesse di un paio di anni fa sulla vendita dei propri servizi a enti non governativi (non ha ancora deciso se venderglieli o no), e punta a raccogliere entro l’anno 100 miliardi di immagini

Le ultime rivelazioni del Washington Post

Stando alle rivelazioni del Washington Post, infatti, in una comunicazione ai suoi investitori il gruppo - di cui si è saputo poco o nulla fino al 2019 - sarebbe in grado di raggiungere questo monumentale obiettivo entro l’anno, se però riceverà i fondi aggiuntivi che chiede: un database di immagini di volti da 100 miliardi di file. Praticamente quanto basterebbe per fare in modo che “quasi tutti nel mondo siano identificabili", come riporta testualmente una presentazione di un paio di mesi fa ottenuta dalla testata statunitense. Ma, appunto, servono altri 50 milioni di dollari.

Che cos’è Clearview AI

Clearview AI è usato da migliaia di agenzie e forze dell’ordine in tutto il mondo nel corso di operazioni, indagini, investigazioni e altre attività e consente di confrontare le immagini in possesso di un operatore con quelle del database alimentato dall’azienda. Anche la Polizia di Stato italiana - che di base adopera Sari, Sistema automatico di riconoscimento facciale - avrebbe utilizzato la piattaforma in molte occasioni, specialmente nelle prime fasi dopo lo sbarco del servizio in Europa del 2019, quando la società offrì 30 giorni di test gratuiti. Questo provava un’inchiesta di qualche tempo fa di BuzzFeed News, a seguito della quale - lo scorso settembre - il deputato PD Filippo Sensi presentò un’interrogazione sul tema alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Secondo il gruppo il proprio database sarebbe il più grande di questo genere, considerando cioè i volti di esseri umani, e supererebbe di undici volte qualsiasi archivio esistente di dati biometrici in mano ad altre entità, governative o meno. Marcia al ritmo di 1.5 miliardi di immagini aggiunte ogni mese e l’aspetto inquietante è che sono foto che in gran parte le forniamo noi, direttamente, caricandole sui social network, sui blog, sui siti e su altre piattaforme.

Come Clearview AI costruisce il suo database

Già, perché nonostante l’opposizione di colossi come Facebook, Google, YouTube o Twitter, Clearview AI popola gran parte del suo database dalla pesca a strascico effettuata sui social. Chi scrive ha effettuato lo scorso anno una richiesta di accesso alle proprie immagini (si può fare seguendo le istruzioni indicate qui, fornendo una foto attraverso la quale Clearview AI restituisce un rapporto di ciò che ha in mano), scovandone diverse decine. E chiedendone la rimozione dal database. Serve anche il documento d’identità.

Clearview AI fa infatti data scraping, cioè raccoglie in automatico le immagini da migliaia di fonti, social media inclusi, simulando grazie a sistemi automatizzati e su enorme scala l’attività di navigazione di un normale utente, così da schivare le eventuali misure di sicurezza implementate dai gestori di contenuti. All’inizio del 2020 il database contava tre miliardi di foto, oggi sono già 10 miliardi e il ritmo è appunto quello visto sopra. 

Cosa c’entra il Primo Emendamento della Costituzione statunitense

Quando qualcuno obietta che manca l’autorizzazione dei diretti interessati o delle società, Clearview AI tira in mezzo il Primo Emendamento alla Costituzione statunitense. Così è andata, per esempio, quando il gruppo è stato citato in giudizio dall’American Civil Liberties Union per violazione dell’Illinois Biometric Information Privacy Act, una legge locale statale. Secondo l’azienda, fondata e guidata da Hoan Ton-That (nato in Australia da famiglia vietnamita e trasferitosi a San Francisco), la raccolta di informazioni disponibili al pubblico, l’analisi di queste informazioni e la condivisione delle conclusioni di questa elaborazione informatica renderebbe la piattaforma paragonabile a un motore di ricerca. Un’interpretazione senz’altro oltre i limiti di quel perimetro, che pure la Corte Suprema statunitense ha ampiamente allargato negli ultimi anni. E infatti, proprio lo scorso lunedì, un giudice federale ha rigettato quella linea di difesa basata sulla strumentalizzazione del Primo Emendamento e ha consentito la prosecuzione del processo: “Una vittoria importante per la nostra privacy sui profitti di Clearview" ha scritto la Electronic Frontier Foundation.

Oltre il riconoscimento facciale

Clearview AI sta insomma cercando ulteriori finanziamenti - a questo scopo serviva il documento raccontato dal giornale - per spingere sulle attività di lobbying nei confronti dei politici di tutto il mondo, così da favorire delle leggi dalle maglie sufficientemente larghe in termini di privacy, sviluppare nuovi prodotti e ampliare il team di vendita internazionale. La prospettiva è marciare senza curarsi minimamente delle critiche, delle obiezioni, delle indagini e dei dubbi e proporre strumenti ben oltre il riconoscimento facciale, per poter identificare le persone in tutto il mondo tramite vari altri parametri ricavabili dagli algoritmi che analizzano le immagini in suo possesso: dalla geolocalizzazione al modo di camminare fino a potere ricavare le impronte digitali dei soggetti immortalati da remoto. Tutto questo non solo da postazioni desktop o mobile ma direttamente attraverso degli occhiali per la realtà aumentata su cui sta effettuando test e ricerche e che in prospettiva gli agenti di polizia potranno indossare per procedere a un’interrogazione del database praticamente in tempo reale nel corso delle operazioni.

Rispetto alla rivelazione del Post la società ha risposto con brevi note stampa tornando a insistere sul paragone con i motori di ricerca. Questa, per esempio, quella inviata alla testata Ars Technica: “Il database di Clearview AI di immagini disponibili pubblicamente è raccolto legalmente, proprio come qualsiasi altro motore di ricerca, incluso Google. Viene utilizzato dalle forze dell'ordine per le indagini successive ai fatti per aiutare a identificare gli autori di quei crimini". In più, al Post, il fondatore ha aggiunto che “ogni foto nel database è un potenziale indizio che potrebbe salvare una vita, fornire giustizia a una vittima innocente, impedire un'identificazione illecita o scagionare una persona innocente", ricordando anche come Clearview AI sia stato utilizzato per le indagini sugli assalti al Campidoglio Usa.