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Facebook Papers: cosa c'è nei documenti che fanno tremare il social network più grande del mondo

Oltre 10 mila pagine di note interne, file riservati e messaggi dei dipendenti mostrano come l'azienda ha reagito di fronte alle accuse di agevolare la disinformazione, di sostenere regimi politic totalitari, di permettere la diffusione di contenuti divisivi. E sembrano confermare la tesi della whistleblower Frances Haugen: a Menlo Park il profitto viene prima di ogni cosa

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Il social network dietro le spalle, il metaverso davanti. E in mezzo altre rivelazioni che gettano Facebook in pessima luce come non succedeva dallo scandalo Cambridge Analytica, in quattro anni che pure sono stati burrascosi. Dalle ripetute accuse di violazione della privacy alla diffusione di fake news, dalle indagini dell'Antitrust dai due lati dell’Oceano Atlantico all’uso politico della piattaforma, fino alle rivelazioni di Frances Haugen, l’ex dirigente che ha raccontato ai media come negli uffici di Menlo Park l’unica regola sempre rispettata sia quella del profitto

I Facebook Papers
Ora i Facebook Papers aprono probabilmente la crisi peggiore di sempre per Mark Zuckerberg: le 10 mila pagine di documenti interni alla società consegnati alla Sec offrono un’immagine inquietante dei meccanismi con cui opera il social network. La prima testata a pubblicare articoli tratti da questi documenti è stata il Wall Street Journal tra settembre e ottobre, ma la Haugen ha deciso poi di renderli disponibili ad altre testate, in tutto 17 tra americane ed europee, con un embargo che è scaduto lunedì 25 ottobre. Ecco l’elenco, in continuo aggiornamento degli articoli legati ai Facebook Papers. Ne viene fuori di tutto: segnalazioni inascoltate, allarmi ignorati, appelli all'azione caduti nel vuoto, accordi con governi e interferenze dei manager per spianare la strada a politici e vip. C’è pure l’accusa secondo cui la piattaforma sarebbe usata per il traffico di essere umani. 

Donne in vendita
Due anni fa Apple minacciò di ritirare Facebook e Instagram dal suo app store per i timori che la piattaforma venisse usata come strumento per la scambio e vendita di collaboratrici domestiche in Medioriente. Alcuni dei Facebook Papers mostrano che il social network fosse consapevole di agire “in modo inadeguato su abusi confermati", ma le misure adottate sembrano aver avuto un effetto limitato. Anche oggi infatti, ricercando 'khadima', o 'domestiche' in arabo, vengono fuori account con foto di donne africane e sudasiatiche con età e relativi prezzi. Questo nonostante il governo delle Filippine abbia una squadra di addetti che passano al setaccio i post su Facebook ogni giorno per provare a proteggere persone alla disperata ricerca di lavoro da gang criminali e reclutatori senza scrupoli. Gli ingegneri di Menlo Park avevano rilevato che circa tre quarti di tutti i post problematici, compresi video delle domestiche e screenshot delle loro conversazioni, erano su Instagram. I link a siti per la vendita di domestiche riguardavano invece prevalentemente Facebook. Stando all'analisi di Facebook del 2019, oltre il 60% del materiale veniva dall'Arabia Saudita, mentre circa un quarto dall'Egitto. Il social aveva riconosciuto di essere consapevole sia delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori stranieri sia dell'uso di Instagram per comprare e scambiare domestiche online, anche prima di un servizio di Bbc Arabic che nel 2019 denunciò la pratica. Fu proprio quel report a scatenare la minaccia di Apple di rimuovere le app, citando esempi online di immagini di domestiche e dettagli sulle loro biografie, stando ai documenti.

“Una cultura aperta”
Il Ceo Mark Zuckerberg ha passato gli ultimi quattro anni a chiedere scusa pubblicamente, ma da qualche tempo pare più deciso a controbattere: "Le critiche in buona fede ci aiutano a migliorare ma penso che stiamo vedendo uno sforzo coordinato per usare selettivamente documenti trapelati per dipingere una falsa immagine della nostra compagnia", ha detto in margine ai risultati finanziari dell’ultimo trimestre. Assai positivi, nonostante tutto: l'utile è salito del 17% a 9,1 miliardi di dollari, su ricavi in aumento del 35% a 29,01 miliardi, mentre gli utenti in tutto il mondo sono oltre 2,9 miliardi (sia pure con qualche dubbio sull’attendibilità di questi numeri).  "La realtà - ha aggiunto - è che abbiamo una cultura aperta che incoraggia la discussione e la ricerca sul nostro lavoro, in modo che possiamo fare progressi su molte questioni complesse che non riguardano noi in maniera specifica". 

Cosa c’è dentro
Secondo gli articoli pubblicati dalle testate che hanno analizzato i Facebook Papers, Zuckerberg, campione della libertà di espressione negli Stati Uniti, si sarebbe piegato alla richiesta del partito comunista vietnamita di censurare i post antigovernativi. Non farlo avrebbe esposto il social al rischio di finire offline nel paese dove, secondo alcune stime, realizza un miliardo di ricavi l'anno. Sempre sul Ceo ricadrebbe la responsabilità di diverse decisioni sui post su politici e celebrità. I documenti rivelano interferenze dei manager per consentire ai vip di postare qualsiasi cosa a prescindere da eventuali violazioni delle regole. "In molti casi la decisione sul mancato rispetto delle norme" da parte di persone di alto profilo "è stata presa da manager e in alcuni casi da Zuckerberg", ha denunciato un dipendente. 

La lotta alla cattiva o falsa informazione - hanno denunciato ancora i dipendenti - è minata da considerazioni politiche. Il problema dei discorsi di incitamento all'odio è particolarmente evidente nei Paesi in cui si parlano lingue diverse dall’inglese, dove si concentrano i maggiori sforzi per affinare l’algoritmo e introdurre la moderazione umana: ad esempio India, Etiopia, Medio Oriente.  

Il caso Trump
Oltre a gettare ombre su Zuckerberg in prima persona, i documenti sollevano però molti dubbi sul ruolo di Facebook nella disinformazione sulle elezioni e l'attacco del 6 gennaio a Washington, con l'incapacità di agire sul movimento Stop the Steal dei fan di Donald Trump. Ricerche interne hanno mostrato la consapevolezza dei manager della società sui problemi legati ai discorsi d'odio e alla disinformazione, alla quale contribuiscono proprio i prodotti creati da Facebook e le sue politiche. Ne scrive diffusamente The Atlantic, in un lunghissimo report basato sui Facebook Papers, dove sono pubblicati anche i messaggi interni dei dipendenti.

I messaggi
Mentre i sostenitori di Trump attaccano Capitol Hill, un dipendente scrive su Workspace, la chat interna cui partecipano anche Zuckerberg e tutti i dirigenti del social network: "È uno dei giorni più bui nella storia della democrazia e dell'autogoverno. La storia non ci giudicherà con benevolenza". "Sono stanco di luoghi comuni; voglio provvedimenti", scrive un altro. “Non siamo un'entità neutrale". “C'erano dozzine di gruppi Stop the Steal attivi fino a ieri, e dubito che abbiano tenuto nascoste le loro intenzioni. Di nuovo, apprezzo enormemente la vostra risposta e il dialogo, ma sono semplicemente esausto dal peso qui. Siamo Facebook, non una start up ingenua. Con le risorse senza precedenti che abbiamo, dovremmo fare meglio". E ancora un altro: "Non solo non agiamo contro la disinformazione elettorale nei commenti, ma li amplifichiamo e diamo loro una distribuzione più ampia. Perché?"

Facebook ha gestito le preoccupazioni dei suoi dipendenti in vari modi. Una delle sue tattiche più intelligenti è sottolineare, come ha fatto appunto Zuckerberg, la “cultura aperta” dell’azienda: formalmente si professa la massima trasparenza, ma nei fatti viene ignorata la sostanza delle denunce.

Un catalizzatore
I documenti sono sorprendenti per due motivi: primo, per la loro quantità, poi perché non lasciano dubbi sul ruolo cruciale di Facebook nel promuovere la causa dell'autoritarismo in America e nel mondo. La questione non è tanto se il social network abbia o meno un preciso orientamento politico, quanto se sia in grado (o semplicemente voglia) utilizzare il suo potere di catalizzatore. The Atlantic sottolinea come i manifestanti di Capitol Hill abbiano usato il social network per organizzare convogli a Washington. Da un'attenta lettura dei documenti, e dallo studio del modo in cui la piattaforma connette rapidamente grandi gruppi di persone, Facebook non appare un semplice mezzo passivo: se gli organizzatori avessero cercato di pianificare la manifestazione utilizzando altre tecnologie, come i telefoni, avrebbero dovuto identificare e raggiungere uno per uno i potenziali partecipanti, quindi convincerli a viaggiare a Washington. Facebook ha reso gli sforzi di coordinamento delle persone molto visibili su scala globale, e così non solo ha aiutato a reclutare partecipanti, ma ha costruito l’idea di un movimento forte e capace di attrarre un gran numero di persone. Per i sostenitori di Trump, il social network è stato insomma, una perfetta “hype machine”, che ha contribuito a rendere più popolare il movimento e ha smosso anche parte degli indecisi. E il ban del presidente è arrivato troppo tardi, quando Washington era già sconvolta dai raid dei golpisti. 

"L'idea che l'insurrezione del 6 gennaio non si sarebbe verificata se non fosse stato per Facebook è assurda", si legge in una nota diffusa dal social network. "L'ex Presidente degli Stati Uniti ha sostenuto la tesi che le elezioni erano truccate, anche di persona a poca distanza dal palazzo del Campidoglio, quello stesso giorno. La responsabilità della violenza che si è verificata il 6 gennaio è di chi ha attaccato il nostro Campidoglio e di chi li ha incoraggiati. Abbiamo una lunga storia di cooperazione efficace con le forze dell'ordine, comprese le agenzie incaricate di affrontare le minacce di terrorismo interno". 

In tour
Haugen ha parlato lunedì davanti a una commissione parlamentare inglese. Nei contenuti, la sua testimonianza non è stata molto diversa da quella al Senato degli Stati Uniti qualche settimana fa. Haugen ha spiegato al comitato di legislatori del Regno Unito che Facebook Groups amplifica l'odio online, dicendo che gli algoritmi che danno priorità all'impegno prendono persone con interessi tradizionali e le spingono agli estremi. L'ex data scientist di Facebook ha detto che l'azienda potrebbe aggiungere moderatori per impedire che i gruppi oltre una certa dimensione vengano usati per diffondere opinioni estremiste. Haugen ha aggiunto di essere molto sorpresa dal fatto “che Facebook vuole raddoppiare l’impegno sul metaverso e che assumerà 10 mila ingegneri in Europa per questo", riferendosi ai piani della società per un mondo online immersivo che potrebbe essere il primo passo verso un’internet completamente diversa da quella attuale. "Chissà cosa avremmo potuto fare per la sicurezza se avessimo avuto 10.000 ingegneri in più", ha detto. 

“Come azienda, abbiamo ogni interesse commerciale e morale, nel cercare di rendere disponibile al maggior numero di persone un'esperienza il più possibile positiva su Facebook. La crescita del numero di persone o di inserzionisti che usano Facebook non ha alcun valore se i nostri servizi non vengono utilizzati per rendere le persone più vicine. Ecco perché adottiamo provvedimenti per garantire la sicurezza delle persone, anche se questo ha un impatto sui nostri profitti. Dire che chiudiamo un occhio sui feedback non tiene conto di questi investimenti, compresi gli oltre 5 miliardi di dollari che spenderemo, solo quest'anno, come investimento per la sicurezza, così come le 40.000 persone che lavorano su questi temi in Facebook”, afferma un portavoce di Facebook.

I rappresentanti del social network e di altri social media hanno intenzione di parlare al comitato britannico giovedì. Londra sta studiando una legge sulla sicurezza online che dovrebbe imporre alle piattaforme di rimuovere eventuali contenuti dannosi o illegali, come materiale terroristico o immagini di abusi sessuali su minori, e in caso di inadempienza prevede multe che arrivano fino al 10% delle loro entrate globali. L'UE sta proponendo una sanzione simile, e per questo Haugen ha in programma di incontrare l’8 novembre i funzionari dell'Unione europea a Bruxelles, in quello che è un vero tour: il primo novembre aprirà il Web Summit a Lisbona mentre il 10 sarà la volta di Parigi, in audizione di fronte alla commissione Affari economici. 

Un nuovo nome
Altre novità di rilievo sono attese a giorni: Facebook cambierà nome, a segnare un taglio netto col passato: il momento della svolta potrebbe essere Connect, l'appuntamento annuale dove vengono presentate le novità per la realtà virtuale e la realtà aumentata. Ma il recente annuncio di 10 mila assunzioni solo in Europa per lo sviluppo del metaverso è già un segno chiarissimo del nuovo corso, oltre che una mossa strategica per il social network: “Mark Zuckerberg cerca di mettere da parte i problemi che non ha saputo risolvere con Facebook e spostare l’attenzione del pubblico e dei legislatori su una piattaforma tutta nuova”, osserva Carolina Milanesi, analista di Creative Strategies. “Gli serve un marchio che gli dia credito com’era per Facebook all’inizio”.

Due anni fa Facebook cambiò logo, distinguendo quello del gruppo che include Instagram, WhatsApp, Oculus, Messenger e altre app (in maiuscolo e nei colori dell’arcobaleno) da quello del social network, che rimase blu come all’inizio. Il 28 ottobre potrebbe succedere di nuovo, ma stavolta ci sarebbe anche un nome diverso, e in Rete molti pensano che possa essere "Horizon", già comparso in diversi prodotti legati al metaverso, come la piattaforma di collaborazione professionale Horizon Workrooms, dove i vari membri interagiscono tra loro sotto forma di avatar digitali. “Se il metaverso avrà successo non ci ricorderemo più né delle facce né del libro", commenta Milanesi.

La scommessa da 10 miliardi di dollari
A partire dal prossimo trimestre, il gruppo di Menlo Park divulgherà separatamente i risultati finanziari dei Facebook Reality Labs, che finora erano integrati con quelli delle altre app del gruppo. I Labs si occupano dei progetti più innovativi di Facebook, come il metaverso: "Questo darà agli investitori ulteriore visibilità sugli investimenti che stiamo facendo nella realtà aumentata e virtuale" scrive Mark Zuckerberg in un post. "Nel 2021 prevediamo che questi investimenti ridurranno il nostro utile operativo complessivo di circa 10 miliardi di dollari e mi aspetto che la cifra cresca ulteriormente nei prossimi anni. Si tratta di una delle principali aree di investimento per noi e una parte importante della nostra strategia". 

Per Zuckerberg il metaverso è un insieme di spazi virtuali dove creare ed esplorare con altre persone che si trovano in luoghi fisici diversi. Il termine è stato coniato nel 1992 dallo scrittore cyberpunk Neal Stephenson, che nel suo Snow Crash lo descrive come un mondo virtuale dove le persone trovano rifugio da quello reale, pieno di falsità e violenze. Che però assomiglia tanto al Facebook che scopriamo oggi nei documenti resi pubblici da Frances Haugen.