Chips Act

L’Europa ha un piano per superare la crisi dei chip e raggiungere l'autonomia tecnologica

Lo squilibrio tra domanda e offerta di semiconduttori potrebbe durare fino al 2023: l'Ue punta ad aumentare la produzione del continente e a sviluppare chip con misure inferiori ai due nanometri
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La penuria globale di semiconduttori sta avendo un forte impatto sul business di numerose aziende, dall'elettronica all'automotive, tanto che qualche giorno fa è circolata la notizia che Apple potrebbe tagliare la produzione del nuovo iPhone 13 di 10 milioni di unità a causa della carenza di chip.

E lo squilibrio tra domanda e offerta di questi preziosi componenti, il cosiddetto Chip Crunch, ormai da mesi ha ripercussioni sull'industria dell'auto e dei videogiochi: Toyota, Ford e Volvo hanno dovuto temporaneamente chiudere alcune linee produttive, mentre quest'estate Sony ha espresso dubbi sulla possibilità di soddisfare tutta la richiesta di PS5 proveniente dal mercato. Una crisi che potrebbe durare ancora a lungo: "Ora siamo nel momento peggiore, la situazione migliorerà gradualmente ogni trimestre, ma non penso che si raggiungerà un equilibrio tra domanda e offerta prima del 2023", ha spiegato Patrick Gelsinger, Ad di Intel, durante un evento ospitato dal Cerre (Centre on Regulation in Europe). Da qui la necessità di nuovi investimenti per rafforzare la produzione già esistente in Europa e Stati Uniti, ma anche per creare nuovi stabilimenti e realizzare in casa i chip più evoluti, quelli con misure inferiori ai due nanometri.

Stati Uniti e Unione europea stanno tracciando un percorso per soddisfare questa esigenza, che include la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento riducendo la dipendenza dai produttori asiatici: "La nostra ambizione è portare dal 10 al 20% la quota europea del valore della produzione mondiale di semiconduttori", ha sottolineato Thierry Breton, commissario europeo per il Mercato interno, durante il talk. Ancora: "L'obiettivo americano è arrivare invece al 30%, in modo tale che Usa e Ue, insieme, possano produrre entro il 2030 la metà del valore globale".

I programmi dell’Europa
In questi piani si sostanzia la terza via dell'Europa per rafforzare l’autonomia di fronte ai colossi asiatici e americani che stanno investendo fortemente nel settore. Il commissario europeo ha ricordato che il mercato mondiale oggi vale circa 500 miliardi di dollari, e che “ci aspettiamo che raggiunga i 1000 miliardi", considerando che questa tecnologia è fondamentale non solo per gli smartphone, ma anche per lo sviluppo delle auto connesse, della cosiddetta Internet of Things e pure dell'edge computing. I semiconduttori sono infatti una componente strategica di ogni catena industriale: il loro grado di raffinatezza e la loro fornitura senza interruzioni condiziona la potenza economica e militare di un Paese. E per questo sono al centro di una competizione tecnologica globale.

L'anno scorso, gli Stati Uniti hanno annunciato il loro Chips for America Act, pensato per rafforzare la capacità produttiva nazionale e competere meglio con l'industria cinese. E lo scorso settembre anche la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha annunciato il Chips Act dell'Unione con l'obiettivo di ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti stranieri e raggiungere una sovranità tecnologica. 

Come spiegato dal commissario Breton, il Chips Act europeo si svilupperà su 3 dimensioni diverse:

  • in primo luogo, una strategia europea per promuovere la ricerca sui semiconduttori;

  • secondariamente, un piano collettivo per aumentare la capacità produttiva del Vecchio continente, per garantire una catena di fornitura senza interruzioni e sviluppare impianti in grado di produrre enormi volumi di chip come quelli di due nanometri;

  • infine, un accordo per rafforzare la cooperazione con i partner internazionali, perché non si può pensare di produrre tutto sul suolo europeo e quindi bisognerà anche diversificare le catene di fornitura, in modo da ridurre la dipendenza da un singolo Paese o da un'unica regione.

Il progetto richiede fondi, che arriveranno dall'Ue, ma anche dai singoli Paesi membri, ha assicurato il commissario per il Mercato interno, ricordando che bisognerà “utilizzare tutti gli strumenti della nostra cassetta degli attrezzi per riuscire nell'intento”. A cominciare dall'Alleanza europea sui Semiconduttori, nata lo scorso luglio per favorire l'avanzamento tecnologico e industriale del continente nella realizzazione dei chip: l'obiettivo è sviluppare nuove linee produttive per fabbricare dispositivi da 10 nanometri, ma anche da 5 e da due.

Le mosse degli Stati Uniti
Intanto il governo Usa vuole mettere sul piatto 52 miliardi di dollari di investimenti federali per sostenere la ricerca, il design e l'industria nazionale dei semiconduttori, come previsto dal Chips for America Act. Al di là del supporto pubblico, fondamentale sarà anche l'impegno finanziario privato per la riuscita del piano. A marzo di quest'anno, Intel, fra i più grandi produttori al mondo di chip, ha annunciato di voler investire 20 miliardi di dollari per la costruzione di due nuovi stabilimenti in Arizona. E a settembre ha detto che potrebbe investire fino a 80 miliardi di dollari in Europa nei prossimi 10 anni per aumentare la capacità produttiva regionale.

La parola d'ordine è invertire il trend, che ha visto la migrazione delle industrie del comparto in Asia, dove hanno potuto sfruttare i più bassi costi di produzione. Negli anni Novanta, la produzione mondiale di chip era dominata dall’Europa (che aveva una quota del 44%) e dagli Stati Uniti (con una quota del 37%). Insieme erano quindi responsabili dell'81% della fornitura globale. Ma poi la situazione è cambiata: diverse potenze asiatiche hanno deciso di scommettere su questo settore e oggi in Asia orientale è concentrato circa l’80% della produzione mondiale di chip. "Costruire quelle fabbriche in Asia costa il 30-40% in meno che in Occidente", ha commentato Patrick Gelsinger, facendo notare quindi che "per essere competitive, le aziende occidentali hanno bisogno del sostegno economico dei governi europei e americani".

Inoltre con questi piani si vuole anche evitare quelle interruzioni delle forniture che si sono verificate durante la pandemia a causa dei lockdown e della chiusura dei siti produttivi. Infatti la supply chain di questi dispositivi è piuttosto frammentata: il lavoro di ricerca e progettazione dei chip è concentrato negli Stati Uniti e in Europa; i semiconduttori sono poi fabbricati nelle fonderie di Taiwan e Corea del Sud, sono testati e assemblati in Malesia e in altre regioni del Sud-Est asiatico; infine sono inseriti nei prodotti in Cina. Un incremento della produzione all'interno dei confini nazionali e una diversificazione dei fornitori potrebbe prevenire, o almeno ridurre, criticità, ritardi e problemi che caratterizzano catene del valore troppo lunghe.