Pc e progresso

E se in futuro ci dimenticassimo di file e cartelle?

Abbiamo sempre visto i computer come grandi archivi, ma smartphone e sistemi di ricerca sempre più evoluti stanno cambiando le abitudini dei più giovani
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I miei primi passi su un computer furono caratterizzati dalla disciplina militare del Dos: righe di comando, strutture a cartelle che in alcuni casi era meglio imparare a memoria. Il mouse lo usavi solo per giocare a Dune II dopo averlo trovato nella cartella giusta. Oggi tutto questo sarebbe impossibile perché pare che i più giovani, dopo anni di smartphone e raffinamento dei sistemi di ricerca, non concepiscano più i computer come archivi di file e cartelle, ma come un grande secchio da cui prendere ciò che ti serve, quando ti serve.

Il passato, trent’anni fa
Torniamo ai primi anni ’90. Arrivavo dall’Amiga, che già all’epoca aveva pensato un sistema operativo con una sorta di scrivania virtuale, chiamato letteralmente Workbench, ma vista la giovane età lo usavo fondamentalmente come una console: metti il disco, gioca a Defender of The Crown, togli il disco e cambia gioco. Il Dos rappresentò una rieducazione completa, proseguita poi con la famigerata shell di Ms Dos, un tentativo di rende le cose visivamente più chiare che non tanti ricordano.

Ovviamente Windows 3.1 riprendendo molte intuizioni di System 1 (il sistema operativo del Macintosh), fu il gradino successivo e quando si trattò di arrivare a Windows 95 e successivi la mia mente era già calibrata per usare i computer come se fossero grandi archivi da scartabellare manualmente. Le immagini vanno tutte nella cartella Immagini, i file musicali nella cartella Musica, divisi per artista e poi per album, i documenti nella loro cartella, se possibile divisi per progetti e così via.

Anche l’approccio a Internet era caratterizzato da un pensiero simile: i siti erano organizzati in directory precise in cui le pagine erano organizzate per argomenti simili, magari all’interno di un portale più grande. Potevi cercare, ma sapere dove farlo aiutava e ognuno aveva una lista di Preferiti, a sua volta catalogati per argomenti. La nostra concezione dei dati è stata per anni legata al fatto che risiedevano fisicamente in uno spazio che dovevamo trovare.

Ma le cose cambiano e anche se il desktop e i sistemi operativi sono rimasti più o meno identici in tutti questi anni, alcuni fattori si sono evoluti molto rapidamente: i sistemi di ricerca interna si sono fatti sempre più efficienti e lo stesso vale per quelli online. Inoltre, i browser sono molto più semplici da usare e non richiedono più una sintassi precisissima. Soprattutto, gli smartphone (e in particolare l’iPhone) sono diventati la porta di accesso alla maggior parte dei contenuti e, almeno all’inizio, su iPhone non vedi alcuna cartella e anche su Android il loro utilizzo per la maggior parte delle persone è marginale.

Gli anni Duemila, oggi e il domani
Il risultato finale di questa tendenza è che negli ultimi anni i professori dei corsi delle materie Stem (cosa sono?) faticano a interfacciarsi con studenti che non usano i computer male, ma semplicemente lo fanno in un modo diverso e non vedono più i computer come archivi, ma come secchi da cui un sistema di ricerca elaborato estrae ciò che serve. Allo stesso modo, i Preferiti sono ormai un ricordo del passato, perché basta scrivere il nome di un sito per ricordarselo e non dobbiamo più inserirne il nome esatto con tanto di suffisso http.

Secondo un articolo di The Verge, questa tendenza ha iniziato a presentarsi all’incirca dal 2017 e la datazione non è casuale: questo periodo coincide più o meno con l’arrivo nelle aule di studenti che hanno passato la maggior parte della vita scolastica e formativa a contatto con interfacce in cui è sempre evidente ed efficiente un sistema di ricerca, che ha usato prima il telefono di un computer, che fa un utilizzo estensivo del cloud e che sfrutta spazi come TikTok e Instagram, dove non avviene alcuna catalogazione gerarchica.

Oggi tantissime persone lasciano semplicemente i file sul desktop, senza curarsi troppo della loro archiviazione, e se una volta ci si preoccupava di guardare dove sono installati programmi e giochi, oggi ci limitiamo a sfruttare applicazioni come Steam che tengono tutto sotto controllo.

Cambiamenti di questo tipo sono parte del processo di evoluzione degli strumenti. Oggi nessun ingegnere informatico o sistemista usa più le tecniche e gli strumenti di molti anni fa, i ragazzini non devono fare un disco di avvio per fare partire un videogioco, così come negli anni ’80 non avevi più le conoscenze per far partire un grammofono. Un processo costante che sembra riguardare anche Windows 11, che adesso posiziona al centro della barra di avvio le applicazioni più usate. E ovviamente un tasto per la ricerca. Anche le cartelle cambiano faccia per mostrarci ciò che ci serve, nascondendo i file veri e propri.

Per certi versi è un po’ ciò che è successo alle automobili: una volta tutti sapevano metterci le mani, oggi i motori sono così complicati ed evoluti che non si va oltre il cambio dei liquidi e per il resto ci si affida a un professionista. Da una parte abbiamo motori più efficienti, ma dall’altra vuol dire che se qualcosa non va più è molto più difficile ripararlo da soli. Anche perché potremmo esserci dimenticati dove si trova quel file che ci serve.

A quanto pare questo problema è particolarmente sentito in alcune materie Stem, dove chiedere un programma dove cercare un file è fondamentale, e per questo alcuni professori si sono improvvisati insegnanti di matematica per principianti, con risultati a volte esilaranti. Immaginate lo sgomento di un sessantenne su TikTok, ma applicato a una persona che ha la stessa età di Google e non concepisce i computer come chi li usava prima della sua nascita.

Una cosa è certa: questa tendenza non sparirà e anzi si farà sempre più forte e diventerà parte di una nuova generazione che svilupperà i suoi strumenti e i suoi metodi per utilizzare al meglio le proprie esperienze. Chissà quali computer, e quali scontri generazionali, li attenderanno fra 20 anni.

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