Pallacanestro Trieste, addio Dado Lombardi, portò Trieste in paradiso

A sinistra Dado Lombardi quando guidava l’Hurlingham, a destra insieme a Boscia Tanjevic. Due coach che hanno fatto la storia di Trieste

Fece impazzire una città con la sua Hurlingham, firmando due promozioni. Il ricordo di Laurel, Tonut e Franco Pozzecco

TRIESTE Il nome di battesimo i vecchi tifosi lo avevano quasi dimenticato. Gianfranco Lombardi era Dado. Per tutti. Da sempre. E per sempre lo rimarrà.

Avrebbe compiuto 80 anni il 20 marzo. Ma già da tempo si era isolato, malato, segnato dalle amarezze della vita, nell’abitazione di Cocquio-Trevisago. Rari contatti con il mondo che per 60 anni era stata la quotidianità. Scarne notizie e da parte di tutti solo deferente rispetto, come si conviene appunto ai grandi. Anche se, a provare a incensarlo, l’eventuale interlocutore avrebbe rischiato di rimediare un coloritissimo improperio, chè il Dado era di Livorno e da quelle parti mica te le mandano a dire.


Era stato grande da giocatore, e non solo di stazza. C’era lui nel quintetto ideale delle Olimpiadi di Roma 1960, quelle in cui per la prima volta la pallacanestro italiana potè confrontarsi con gli inarrivabili maestri statunitensi. Era un tiratore e, come capita spesso nello sport, passato dall’altra parte della barricata non si limitò a cambiare ruolo ma anche pelle. La difesa, innanzitutto. E il gusto della sfida.

Dado Lombardi quando guidava l’Hurlingham


Dado Lombardi per Trieste è stato la prima leggenda. Il creatore del fenomeno Hurlingham, la squadra che non è stata la più forte nella storia del basket in città ma è quella che più di tutti ha scosso Trieste facendola innamorare. Lombardi ha portato la sua Hurligham in paradiso. Una squadra di bravi ragazzi, un gruppo di amici con un onesto Usa e...Rich Laurel. Quel Laurel che il Dado non avrebbe neanche voluto ma va a sapere se era poi quello che pensava. Da livornese sapeva bluffare e avrebbe fregato il diavolo. Con quell’Hurlingham fece un miracolo in una fine febbraio del 1980. Portò i suoi leoni neroverdi in A1. Bradley, capitan Meneghel, Baiguera, Jacuzzo, Scolini, Dordei, Pieri, Floridan, Ritossa e un giovanissimo Alberto Tonut.

L'Hurlingham 1979-1980 nella foto ufficiale di inizio stagione. In piedi da sinistra Rich Laurel. Alberto Tonut, Jim McDaniels (che in realtà non disputò il campionato, sostituito da James Bradley), Giulio Dordei e Gino Meneghel. Sotto da sinistra Roberto Ritossa, Doriano Jacuzzo, Mauro Pieri, Angelo Baiguera e Claudio Scolini. L'allenatore era Gianfranco Dado Lombardi, l'assistent Franco Pozzecco


Il paradiso durò poco e si rivelò presto un inferno. Il pasticciaccio di via Buonarroti, l’impatto di Bad News Barnes, il ritorno nel campionato inferiore. Ma a Lombardi i miracoli riuscivano bene. E la seconda volta era scritta nel destino. Pasqua 1982. Trieste, sponsorizzata allora Oece, vincendo i play-off si riappropriava della massima serie. Tornava tra le grandi, con lui, il Dado, a esultare in mezzo al parquet di Chiarbola, sudato eppure ieratico. Laurel non c’era più. Abromaitis, Bertolotti, Robinson, il flop dell’ex Harlem Campbell, Ciuch, Floridan, Valenti, Pecchi, Scolini e ancora Meneghel e quei due lì, Ritossa detto Toscia e Tonut detto Tonno, usciti dal bozzolo e signori giocatori.

Lombardi avrebbe poi conquistato altre tre promozioni (Reggiana, Siena e Cantù) ma emotività e memoria non vanno a braccetto e per i tifosi di Trieste Dado sarà eternamente l’allenatore che fece impazzire una città con la sua Hurlingham.


La notizia della sua morte ha colpito profondamente quelli che erano i suoi ragazzi. Rich Laurel è affranto: «Una grande perdita, si è chiuso il mio cuore. Dado è stato il mio primo allenatore in Europa e mi ha insegnato tutto. Dava la carica alla nostra squadra, ci faceva capire che tutto era possibile, anche contro Milano, anche contro le formazioni più forte. Resterà sempre nel mio cuore, il mio coach».

Alberto Tonut si commuove. «Avessi potuto scegliere idealmente un allenatore cui affidare mio figlio Stefano avrei scelto Lombardi. Con lui portammo per la prima volta la squadra in A1 nell’era moderna. Certo, era un tecnico duro, esigente. Non so nemmeno io quante volte ho dovuto percorrere gli scalini del Palasport di Chiarbola...E con me l’amico Ritossa. Ma era molto più di questo. Lontano dallo stress della partite si scioglieva, scherzava, si capiva che ci voleva bene».


Francone Pozzecco è stato l’assistent coach di Lombardi, dopo aver giocato ai suoi ordini. Il braccio destro e il refugium peccatorum per chi sbagliava un esercizio in allenamento. «Non aveva peli sulla lingua, Dado. Era capace di dire a brutto muso il suo pensiero ma questa era una virtù. Sembrava burbero ma un po’ ci marciava sopra. Assistetti allo storico provino di Laurel, portato dal ds Zalateo. Quando vide il fisico di Rich, Dado sbottò. “Ma chi mi avete portato, questo è malato, guarda che magro, che me ne faccio di uno così”. Zalateo esplose: “Dado, se non ti va bene vattelo a trovare tu l’americano”, ed uscì dagli spogliatoi. E mentre Zalateo sbolliva la rabbia, dentro Lombardi se la rideva di gusto. Era fatto così. Ma era un grande e per me ha anche un altro significato. Gianmarco in serie A lo ha lanciato lui, a Livorno. Scherzando prima di prenderlo mi chiese: “Ma secondo te Gianmarco è pronto per la A?”. Lo guardai: “Sei tu il coach. Io sono il papà. Arrangiati...” E scoppiammo a ridere».

Domenica su tutti i campi verrà osservato un minuto di silenzio. —

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