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Lutto nella Pallacanestro a Trieste, Marzini: "Dado ha acceso la passione costruendo un sogno a Chiarbola"

“Guarda che così come ti ho creato… io ti distruggo!” Era il suo, poi diventato il “nostro” modo di prenderci in giro e scherzare. Perché con Dado, non potevi stare serio per più di dieci minuti. Solo fuori dal parquet, beninteso.

Abbiamo intrecciato due inizi: il suo come allenatore con la A maiuscola, il mio come imberbe cronista, in quella tv che trasmetteva ancora in bianco e nero. Ci univa la passione per quella palla che finisce dentro un cerchio per fare… ciuff!


Lui da giocatore ne aveva fatti un sacco di canestri così, senza nemmeno aver sfiorato il ferro.

Mettendosi in luce alle Olimpiadi di Roma, con la maglia azzurra indossata a soli 19 anni: tiratore immenso, lottatore unico, agonista esemplare. Un trascinatore da giocatore, nel Madison bolognese di piazza Azzarita; una furia negli anni a venire, in panchina come coach. Difficile forse da amare, ma unico nel tirar fuori da ognuno dei suoi giocatori molto più dell’immaginabile.

Gianfranco Lombardi ha firmato l’era moderna del basket triestino, traghettandoci verso un professionismo che la pallacanestro dei nostri pionieri aveva solo sfiorato. Ho avuto il privilegio di stargli a fianco in sofferte salvezze e due irripetibili promozioni: la prima da brividi con il neroverde di Hurlingham, la seconda semplicemente rocambolesca con il marchio Oece.

Ho violato il codice etico di un giornalista, non riuscendo a tenere la giusta distanza tra cronista e allenatore.

Ma non me ne sono mai pentito. Ricambiato dal poter vivere in prima persona il riaccendersi di quell’ormai eterno amore di questa città per il basket. E come dimenticare la sua caparbietà nel chiedere a Trieste di abbattere fisicamente una delle mura di Chiarbola, per aumentare la capienza di un palasport troppo piccolo per la passione dei triestini ad inizio anni ’80.

Oggi questa Palla infinitamente triste saluta il più bugiardo e simpatico dei livornesi, capace di amare Trieste sino a quando si è sentito corrisposto, per poi sparire nel nulla, non appena aveva capito che la malattia che lo attanagliava gli avrebbe riservato solo compassione e tenerezza da parte di tutti coloro che gli avevano voluto bene. Per anni, chi vi scrive e molti dei suoi ex giocatori hanno cercato invano di contattarlo e riavvicinarsi a lui.

Alla fine tutti abbiamo rispettato la sua uscita di scena e adesso, asciugata l’ultima lacrima, preferiamo ricordarcelo come in quel febbraio del 1980: la giacca tenuta dietro la spalla con un dito e l’altra mano protesa verso il cielo con il segno di vittoria. Perchè aveva e avevamo vinto!

Avevamo conquistato la seria A, quella vera, con due americani ed un gruppo di ragazzi, tre quarti dei quali professionisti solo dopo le ore d’ufficio.

Ciao Dado e grazie per tutto quello che ci hai dato. Ogni tanto almeno sognaci… —

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