Attruia: «Mai perdere la voglia di giocare»

Stefano Attruia in azione

L'ex campione: «I momenti di forzata lontananza dal parquet si superano concentrandosi su quanto si desidera tornare a vivere una gara»

TRIESTE «Per allenarsi ci vuole anche testa. E la ricetta per gestire nel modo migliore questo momento di emergenza è pensare a quando torneremo a giocare». Parola di Stefano Attruia. Un concetto che riassume le sue tre anime: campione da giocatore, allenatore a livello giovanile e di professione consulente formatore, abituato a stimolare il cervello di chi chiede il suo aiuto per allargare i propri confini. Al momento l’attività di coach sul campo accusa inevitabilmente un rallentamento. «Seguo gli Under 18 di BaskeTrieste come assistent di Andrea Pecile, alleno i ragazzi in serie D e collaboro con Futurosa seguendo tre formazioni di ragazze. Ho visto nei loro occhi la delusione per questa situazione: dopo il primo lockdown la speranza era di ripartire, tornando alla normalità. Si tornava a pensare ai calendari, agli avversari. E invece quella voglia e quella speranza sono state frustrate. Il rischio è che questo momento generi spaesamento», commenta Attruia. Una fase di incertezza e emergenza che tocca da vicino anche i professionisti.

Proprio l’Allianz rappresenta un caso limite. Ferma da quattro partite consecutive ha disputato l’ultimo incontro lo scorso 25 ottobre e, se i giocatori ora positivi risulteranno negativizzati ai controlli di questa settimana, tornerà sul parquet il 6 dicembre al PalaEur. Quaranta giorni di digiuno. Come si fa a gestire una situazione simile per presentarsi carichi anche con la mente alla prima gara? «Concentrandosi sul momento in cui si riaccenderanno le luci di un Palasport, si uscirà dal sottopassaggio e ci si preparerà alla palla a due. La medicina migliore è l’amore per questo sport. Desiderarlo. Per chi ama davvero il basket è un po’ come la formula del matrimonio: uniti nella buona e nella cattiva sorte. In una carriera ci sono luci e ombre. Momenti magici e periodi difficili - continua Attruia - Questo è naturalmente un periodo difficile ma si può uscirne più forti di prima. In vent’anni di sport ne ho viste tante. Mi è capitato di giocare con la febbre a 38, ero consapevole che fisicamente avrei pagato dazio ma sapevo di disporre di altre cartucce. Avrei selezionato le mie risorse, esaltandole. E infatti pur febbricitante ho disputato buone partite. Ecco, gli eventuali effetti negativi della mancanza del clima agonistico possono venir compensati dalla voglia di tornare a giocare».

Le società, visto che si gioca a porte chiuse, hanno lanciato l’allarme: si rischia che il pubblico si disaffezioni e non torni nei Palasport quando l’emergenza sarà finalmente conclusa. «La risposta è la stessa. Conterà l’amore. In chi è appassionato prevarrà il desiderio di tornare a rivivere le emozioni della domenica, l’attesa, il tifo, l’entusiasmo. Sensazioni alle quali è difficile rinunciare», replica Attruia. Infine, che consigli può dare ai giovani costretti a restare orfani del loro sport? «Per loro la situazione è più difficile che per i professionisti. Per i ragazzi l’ambiente sportivo fa parte di un processo di crescita, è fatto di amicizia, di maturazione anche fisica. Io ho spiegato alle mie giovanili che anche se non ci troviamo in palestra si può continuare a migliorare, magari concentrandosi con i video sui difetti da correggere. Con la passione, usando la testa, si cresce sempre».

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