«Ora sogno di vivere l’Europeo con l’Albania
Serie A? Non mi manca ma lasciatemi la bici...»

Edy Reja, ct dell’Albania, è stato promosso nella serie B della Nations League grazie al 3-2 sulla Bielorussia

L’allenatore di Lucinico si è regalato a 75 anni la quinta promozione in carriera portando le Aquile nella divisione B della Nations League

TRIESTE Edoardo Reja ha 75 anni, compiuti lo scorso 10 ottobre, ma guai a pensare che sia un tecnico appagato. No, non è sazio. Ha fame. Di pathos. Di emozioni. Di gioie. E si nutre, senza pause, di obbiettivi. «Fino a quando c’è la salute, ogni giorno, quando mi sveglio, voglio darmi un traguardo. Questo è il senso della vita. Non riesco proprio a capire quelli che si siedono sul divano a contemplarsi nelle figurine Panini e a pensare al proprio passato. La bellezza è il presente. E naturalmente il futuro», dice l’allenatore dalla sua amatissima Lucinico. Il suo curriculum si è arricchito recentemente con la quinta promozione. Accanto a Brescia, Vicenza, Cagliari e Napoli, si aggiunge anche l’Albania, nazionale presa in mano nell’aprile dello scorso anno e traghettata verso la serie B della Nations League.

Reja, nel 2016, dopo l’esperienza all’Atalanta, aveva annunciato il ritiro dal calcio, rifiutando anche la panchina dell’Udinese. Cos’è successo poi?

Ero saturo di allenare le squadre di club. È un impegno estenuante, senza sosta per il sistemo nervoso. La possibilità di andare ad allenare una nazionale mi era capitata praticamente subito, con la Slovenia: per un niente saltò l’accordo. Quando è arrivata la chiamata dall’Albania non ho esitato un attimo: ho fatto davvero bene ad accettare.

È già da qualche anno che le Aquile sono in crescita…

Prima di me ci sono stati De Biasi, Panucci e prima ancora Dossena. La Federazione calcio albanese è guidata da Armand Duka, persona seria e ambiziosa, che ha deciso di puntare ad una crescita strutturale di questo sport. C’è voglia di professionalità, per questo mi sto trovando molto bene. E poi gli albanesi sono persone straordinarie, riconoscenti per quanto l’Italia e gli italiani abbiano fatto per loro negli anni Novanta.

Com’è la sua vita da ct?

La grande difficoltà di allenare l’Albania è che la maggior parte dei giocatori milita all’estero. Bisogna essere sempre informati sul campionato svizzero, olandese, tedesco, croato, spagnolo, francese, inglese… non è facile mettere insieme giocatori che sono sì albanesi, ma magari nati e cresciuti in nazioni differenti. Per fortuna ho allestito un ottimo staff che monitora tutto e tutti.

L’Albania all’Europeo del 2024 è un sogno o un obiettivo?

Oggi rimane ancora un sogno. Ma dopo questa promozione credo sia lecito crederci un po’ di più. Se continuiamo così, presto potrebbe diventare un obbiettivo. Chi lo sa.

Covid. Il calcio dovrebbe fermarsi?

Il Covid è un problema sociale. Sta causando danni al lavoro, e se togli il lavoro le famiglie vanno in crisi perché non si mangia più. Io dico che il calcio non può fermarsi, altrimenti salta in aria un sistema enorme che dà da lavorare a tantissime persone. Sicuramente giocare in questo periodo storico è molto frustrante.

Serie A. Le manca?

No, la A non mi manca, ma per un semplice motivo: ho già dato e ricevuto tutto quello potevo. Sono stato fortunato nella mia carriera, sia da calciatore che da allenatore. Ho sempre centrato tutti gli obbiettivi, non ho mai sbagliato un’annata. Tutti ricordano le promozioni, ma ci sono anche le salvezze e pure due qualificazioni in Europa League con Lazio e Napoli. L’apice della mia carriera è arrivato tra i 60 e i 70 anni… strano, no?

La squadra italiana che la entusiasma di più e il collega che stima maggiormente.

L’Atalanta e Gasperini. Conosco l’organizzazione di questo club che è fantastica, con tanta attenzione al settore giovanile e tanti bravi osservatori. Vederla giocare è un piacere e qui entra in gioco Gasperini: quando andai via fui tra quelli che caldeggiarono il suo arrivo a Bergamo. Gasp era un mio giocatore a Pescara, un bravo professionista. Comunque mi piace anche molto la Lazio di Simone Inzaghi. Una società che seguo sempre con attenzione, così come il Napoli. D’altronde mi capita di sentire ancora sia Lotito che De Laurentiis.

Croazia. Che ricordo ha dei suoi 6 mesi sulla panchina dell’Hajduk Spalato?

Stavo da Dio a Spalato… non avrei mai voluto andarmene da lì. Ricordo che quando tanti anni dopo sono andato con la barca a vela sulla costa dalmata, tutti mi riconoscevano e mi chiamavano ancora “mister”. Alla fine la Lazio aveva bisogno di un nuovo tecnico e Lotito mi fece molta pressione, chiamandomi anche alle 4 di mattina per convincermi. Lasciai Spalato a malincuore. Ma col senno di poi feci la scelta giusta.

La bicicletta è ancora una sua grande passione?

Toglimi la bici e divento matto, rimango senza ossigeno... L’amico Marino Bartoletti mi ha chiamato proprio in queste ore per dirmi che il Giro dovrebbe arrivare sul Collio. Bene. E un bravo a un altro grande amico, Enzo Cainero. Abbiamo dei posti splendidi qui in giro. Però non chiedetemi di andare con la bici elettrica: l’ho fatto una volta, mi sono vergognato come un ladro di non fare fatica: il motorino fa perdere tutta la poesia.

Un pronostico, su sé stesso: sino a quando il calcio sarà in grado di fornirle stimoli ed emozionarla?

Bella domanda. Io dico che ogni giorno bisogna darsi un obbiettivo. E fare progetti per il futuro. Guai invece a vivere di ricordi. È importante anche circondarsi delle persone giuste, che sappiano stimolarti. Pure le critiche aiutano a crescere. L’amore per il mio lavoro è molto profondo. Finché sarò in salute il calcio saprà emozionarmi. Ne sono sicuro.

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