Petrucci, presidente eterno: «Apro il mio quarto mandato pensando a una rivoluzione»

Gianni Petrucci, presidente della Federazione italiana pallacanestro

ROMA Un mese prima della fine dell’ultimo governo Andreotti, Gianni Petrucci si siede sulla poltrona di presidente della Federazione italiana pallacanestro (Fip). È il 14 marzo 1992. Petrucci è ancora lì, o qui. Da allora ha fatto grandi giri, flirtato con il potere, la politica e lo sport: due giorni fa è stato riconfermato alla guida del nostro basket con 82 voti su 90, 8 schede bianche. Quarto mandato. Nel frattempo ha fatto il presidente del Coni, il commissario straordinario Figc, il sindaco di San Felice al Circeo, e ora a 75 anni resta uno dei mazzieri più importanti, ingombranti, preparati dello sport italiano.

Presidente, ma chi gliel’ha fatto fare?


Il mio amore per il basket. Ho fatto tante cose nella vita, ma questo mondo mi ha fatto crescere e se il buon dio mi dà la salute sarò ancora qui per quattro anni.

Di avversari neanche l’ombra? Petrucci fa paura?

Certe battute le lascio agli altri. In tutte le battaglie che ho fatto ho sempre avuto avversari, fin da quando ero sindacalista e andavo in piazza a tenere i comizi. E poi cosa significa che faccio paura? Bisogna presentarsi e combattere con le proprie idee, troppo facile dire che non ho avversari. Un dirigente si costruisce da solo, ai delfini non ho mai creduto».

Se le dico poltronismo?

Mi sono sempre messo in gioco, mai calato dall’alto. In Parlamento c’è gente che occupa un posto da più tempo di me.

La pandemia sta affossando lo sport. Cosa chiedete al Governo: soldi, provvedimenti, facilitazioni fiscali?

Partiamo dai ristori. Se fatti a pioggia sono inutili, servono criteri specifici. Chiediamo di essere ascoltati, forse ne sappiamo qualcosa di più. Ma il problema sta a monte.

Proviamo a indovinare: la legge sullo sport?

Troppo facile. Non c’è stata una voce della politica che si sia alzata a difendere lo sport. Si riempiono la bocca con la parola riforme, con il futuro. Ma per cambiare lo sport bisogna conoscerlo.

Par di capire che non veda degli esperti in materia.

Per portare cambiamenti a questa legge, si devono ascoltare le richieste del Coni, non si può cancellare la storia dello sport italiano.

Come scusi? Sta con Malagò ora. Lo accusò di «guidare il Coni come fosse una battaglia personale?

Aveva sbagliato i toni allora e personalizzato troppo la sua gestione. Non posso essere un suo nemico, anche per il rapporto personale che ci lega. Nel 2006 non faticai ad ammettere che Torino ebbe le Olimpiadi grazie all’Avvocato Agnelli. Ecco, Milano-Cortina 2026 è tutto merito di Malagò.

Due giorni fa ha detto: «Dobbiamo fare la rivoluzione per salvare il basket». Che idee ha?

Ne devo parlare prima con le leghe. Altrimenti dicono che Petrucci fa il fenomeno.

Pensa a un blocco delle retrocessioni?

Faremo di tutto per arrivare in fondo, ma se ora le dico cosa destabilizzo l’ambiente. —
 

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