In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Fantoni: programma rivoluzionato

Il Champion: «Non è più manifestazione celebrativa, vorremmo che diventasse un servizio per il Paese e per l’Europa»

2 minuti di lettura



È stato ridisegnato nella forma e nei contenuti per calarlo nell’attualità, nell’epoca del Covid-19. E così Esof2020 ha cambiato la propria natura, da evento celebrativo ad appuntamento che guarda al futuro, servizio per l’Italia e per l’Europa. Per Stefano Fantoni, Champion dell’iniziativa, è questo il senso della riorganizzazione della manifestazione a settembre. L’intenzione è quella di renderla un laboratorio in cui la scienza si mette a servizio della società. «La pandemia ci ha messo davanti a delle scelte che era necessario fare insieme a EuroScience, l’organizzazione europea che possiede il marchio - spiega Fantoni -. Nel ridisegnare Esof2020 ha contato certo l’aspetto finanziario, ma anche il fatto che sarebbe stata un’occasione per il mondo della scienza, e della cultura, per dare il proprio contributo in un momento particolarmente delicato per il paese».

Com’è cambiata la fisionomia di Esof2020 con lo scoppio dell’emergenza pandemica?

Contenuti e ospiti per le date di luglio erano già stati definiti quasi al 90%. Avevamo immaginato di usare 15 sale conferenza ed edifici anche esterni al Porto vecchio. Poi la pandemia ci ha bloccato. Abbiamo deciso di posticipare a settembre e arricchire il programma con contenuti legati ai diversi aspetti dell’emergenza pandemica, dalla salute all’economia, all’urbanistica.

E le modalità di partecipazione?

Con la forte riduzione dei viaggi a causa dell’emergenza non erano immaginabili i numeri inizialmente stimati di visitatori: abbiamo deciso di rimodellare l’evento puntando su una modalità ibrida, che combina speaker in presenza e in remoto.

Che può essere un vantaggio?

Le partecipazioni complessive sono forse addirittura aumentate rispetto a prima, anche se le presenze fisiche saranno minori.

Quante ne stimate?

Circa un migliaio rispetto alle quattro-cinque mila ipotizzate prima dell’emergenza sanitaria. Ma molti più relatori si collegheranno in remoto.

Necessariamente cambierà la natura dell’evento...

Da evento celebrativo vorremmo diventasse un servizio per il paese e per l’Europa. E anche i politici che interverranno, a partire dal primo Ministro, hanno dato questa interpretazione: non verranno a dare un saluto, ma a portare il proprio contributo. Pure la partecipazione da parte degli scienziati sarà più qualificata e interessante.

Qualche nome?

Barry Barish, premio Nobel per la Fisica 2017, Alessio Figalli, Medaglia Fields nel 2018, Ada Yonath, Nobel per la chimica 2009, la direttrice generale del Cern di Ginevra Fabiola Giannotti, la virologa Ilaria Capua e molti altri grandi della scienza. Non è soltanto la possibilità del collegamento in remoto ad averli spinti a partecipare: hanno considerato questo momento importante per fare sentire la propria voce, il tempo in cui la scienza è chiamata a dire qualcosa sul futuro.

Questa pandemia ha cambiato il modo di fare scienza e ricerca?

Lo ascolteremo dai nostri interlocutori, ma direi di sì. Sono finiti i tempi della torre eburnea, la scienza deve occuparsi dei problemi della società e per farlo bisogna riunire competenze diverse, fare rete: i problemi reali richiedono soluzioni multidisciplinari.

Cosa può fare la politica per la ricerca?

La ricerca e la scienza devono essere viste dai governi come un investimento. E’ importante seguire ciò che dice la scienza, e questo è un messaggio forte anche per la politica. La scienza conta per la società, per il futuro. D’altro canto ha dei doveri: deve informare meglio i cittadini di quanto non stia facendo. Trieste ha una tradizione di comunicazione della scienza pluriennale, ma questa pratica deve diffondersi.

Dopo quanto è successo la politica darà maggior retta alla scienza?

Me lo auguro. Pare che in questo momento ci sia più attenzione, si è visto che senza i dettami della scienza chi ci governa non avrebbe saputo che fare nell’emergenza sanitaria. Ma anche la scienza non era così preparata. In genere siamo abituati a smettere di occuparci di qualcosa finita la crisi, invece bisogna stare all’erta: questi sono problemi nuovi e importanti, risultato anche della globalizzazione.

Il futuro post-Esof come se lo immagina?

C’è l’aspetto già realizzato, un nuovo Centro congressi. E poi ci sono i sogni nel cassetto: se non sogniamo almeno un po’ non inventeremo nulla.

Qual è il suo sogno?

Vorrei che Trieste diventasse un centro in cui si risolvono i problemi relativi all’innovazione sostenibile. M’immagino un Summer Institute sulla sostenibilità, che si occupi in modo operativo delle problematiche legate a questo tema. Non soltanto ambientali, ma anche della società. Trieste si presta a questo progetto sia per la sua bellezza paesaggistica sia perché su alcuni temi, come il quantum computing, qui operano gruppi di ricerca importanti. —





I commenti dei lettori