Alfredo Moruzzi: «In una Trieste ferita una doppia promozione da brividi e lacrime»

Moruzzi festeggia sopra Gandini la promozione in A2

Cinque anni in maglia Acegas per la guardia isontina, che ha vissuto intensamente il rapporto con l’ambiente e con una tifoseria che lo ha adottato facendolo sentire a casa sin dal primo giorno

TRIESTE Cinque anni in maglia Acegas, due esperienze molto diverse che hanno caratterizzato un’intera carriera. Arrivato in biancorosso subito dopo il fallimento che aveva cancellato Trieste dalla mappa del grande basket, Alfredo Moruzzi ha vissuto intensamente il rapporto con l’ambiente e una tifoseria che lo ha adottato facendolo sentire a casa sin dal primo giorno. Non è un caso che oggi, a otto anni di distanza dall’ultima partita disputata, ricorda ancora con trasporto ed emozione le tappe che hanno scandito la sua storia triestina.



IL PRIMO IMPATTO

«Scegliere Trieste è stato facile. Una piazza ferita dalla retrocessione ma con grande voglia di reagire. Sapevo che avrei trovato un ambiente particolare, l’ottimo rapporto costruito nel tempo con Paniccia e la voglia di mettermi in gioco mi hanno fatto accettare la sfida. La squadra è di livello, oltre a capitan Corvo ci sono ragazzi di talento come Ciampi, Doati e Mariani. Ma la differenza, lo avremmo capito qualche mese dopo, la fece lo staff. Un gruppo di lavoro che nulla aveva da invidiare alla serie A e grazie al quale lavorammo come professionisti. Un trauma iniziale che, nel tempo, si trasformò in una piacevole consuetudine. Gli allenamenti tecnici con Furio Steffè e le sedute atletiche con Paolo Paoli stravolgono le nostre abitudini ma ci permettono di arrivare ai play-off. Nelle gare decisive, mentre gli altri camminano, noi voliamo. In finale, un secco 3-0 contro Venezia, ci regala la promozione in serie B1».



IL TRAUMA DI PATTI

«Una buona seconda stagione, con Nello Laezza e Andrea Iannilli a guidarci ai play-off, quindi si cambia. La stagione 2006-2007 parte all’insegna di una rivoluzione, un piccolo ridimensionamento che stravolge gli equilibri dello spogliatoio. La squadra fatica, non ingrana, gioca una stagione molto diversa da quella che la società si aspettava. Personalmente l’infortunio al ginocchio mi toglie dal campo a gennaio, resto vicino a un gruppo che finisce per giocarsi la salvezza nello spareggio con Patti. Ho ricordi molto chiari delle gare play-out che disputammo in Sicilia e a distanza di tanti anni le sensazioni restano fortissime. Un arbitraggio di scarsa personalità, che subì le pressioni dell’ambiente e un’infrazione di passi decisiva a fischiata a Bonaccorsi (il pensiero va all’arbitro Marco Sivieri di Ferrara, ndr) che ci spedì in serie B2. Ero sugli spalti e ricordo benissimo l’azione. Quei passi non c’erano».



IL PRIMO ADDIO

«La retrocessione scrive la parola fine alla mia esperienza triestina. Un addio ricco di amarezza perché i fatti di Patti avevano cancellato quanto di buono eravamo riusciti a fare negli anni precedenti. Se ne va Steffè, che lascia Trieste per tentare l’avventura a Vigevano, io accetto la proposta di Lumezzane e me ne vado non senza rimpianti. Ma, devo dirlo, quella stagione così difficile mi aveva convinto che era arrivato il momento di cambiare aria».



IL RITORNO

«Tre stagioni lontano da casa poi il ritorno. Il primo anno, campionato 2010-2011, giochiamo una stagione anonima, l’anno successivo si cambia. Dario Bocchini rivoluziona la squadra: via Benfatto, Magro, Colli, Busca, Raspino e Maiocco, io resto e ho l’onore di indossare la fascia di capitano. Arriva Luca Gandini da Trento e il trio Carra-Zaccariello-Ferraro da Omegna. È un anno stupendo, una stagione nella quale tutto funziona alla perfezione. C’era una tranquillità unica nello spogliatoio e serenità nell’aria ogni volta che ci allenavamo. In carriera una situazione come quella non l’ho più ritrovata.

La promozione, ve lo garantisco, non è stata un caso. Giochiamo un campionato in crescendo, arriviamo ai play-off dove prima perdiamo la prima serie contro Ferentino quindi affrontiamo Chieti. Gara-uno la perdiamo in casa, pareggiamo a Trieste e poi andiamo a vincere gara-tre a Chieti. Tavola apparecchiata per lo spareggio in gara cinque davanti ai nostri tifosi».



LA MAGIA DELLA PROMOZIONE

«I giorni che ci divisero da quella gara-5 non furono semplici da gestire. Arriviamo in palazzo e cominciamo a riscaldarci poi la riunione tecnica e ci chiudiamo negli spogliatoi. Usciamo a mezz’ora dall’inizio della partita e il ricordo, vivissimo ancora oggi, e di un palazzetto già strapieno. Quel muro di gente resterà tra i ricordi più belli della mia carriera, la gioia di aver riportato, da capitano, Trieste in serie A e qualcosa che oggi come allora mi rende molto orgoglioso».



L’ADDIO DEFINITIVO

«Festeggiamo la promozione con i tifosi poi la vacanza in Sardegna e l’attesa di capire cosa sarebbe successo l’anno successivo. Un’attesa che si è protratta per settimane fino a quando ho capito che la società non aveva più bisogno di me. Scelta legittima ma, a distanza di tanti anni posso dirlo, decisione che mi lascio tanto amaro in bocca per il modo in cui si consumò la fine del rapporto. Non ero uno di passaggio a Trieste, con quella maglia ho giocato cinque stagioni e ho messo sempre il cuore in campo. Una telefonata per dirmi almeno grazie penso che me la sarei meritata».—



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