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Roberto Casoli: «Nei cinque anni triestini sono stato un capitano orgoglioso. Sarei rimasto ancora»

Dallo storico successo al PalaEur all’amaro 2004, il cestista si racconta

TRIESTE Cinque stagioni in biancorosso, una carriera ripartita dopo un'esperienza vissuta all'estero. Per Roberto Casoli gli anni trascorsi a Trieste sono stati una parentesi indimenticabile. Capitano di mille battaglie, dopo il fallimento del 2004, si è arreso ed è partito lasciando in città una parte di cuore. A distanza di anni i ricordi restano però molto vivi.



IN PROVA

«In Grecia, al Panionios, vivo una stagione fenomenale da un punto di vista tecnico e umano. Nel corso dell'estate decido di seguire i consigli del dottor Lelli e mi opero a Bologna. Un salto nel buio, senza la certezza di tornare a giocare, alla fine arriva la telefonata di Trieste. Dario Bocchini e Luca Banchi mi propongono un mese in prova per verificare le mie condizioni. Mi metto nelle mani di Paolo Paoli e Davide Fornasaro, lavoro come un matto cercando di sfruttare l'opportunità. Alla fine supero l'esame, Banchi mi chiede di restare e in un amen trovo l'accordo».



LA PRIMA STAGIONE

«Squadra incredibile, formata da giocatori con grandi motivazioni personali e capaci di creare una grande chimica sul campo. Io e Podestà sotto le plance, Maric e Laezza in cabina di regia, due giocatori di esperienza come Bullara e Rowan con il valore aggiunto di un campione vero come McRae. La sua morte mi ha fatto ripensare ai tanti momenti vissuti con lui: era un giocatore strepitoso ma prima di questo era un uomo eccezionale. Ho in mente una partita di campionato nella quale lo vidi per la prima volta arrabbiato. Non ricordo perchè ma venne da me e mi disse "Roberto tu pressa, gioca d'anticipo e recupera palloni: non ti preoccupare, se ti battono ed entrano in area ci penso io". Sono passati più di vent'anni ma Conrad che stoppava anche l'aria e prendeva rimbalzi arrivando dal nulla è qualcosa che non posso dimenticare».



LA RIVOLUZIONE

«I play-off, l'accesso ai quarti dopo lo storico successo al palaEur contro l'AdR Roma sono il premio a una grande stagione, l'anno dopo si cambia. Arrivano giocatori nuovi, in cabina di regia una scommessa come Scoonie Penn e la magia si spezza. Rosa più ampia, rotazioni allungate, squadra che fatica a trovare una sua identità. Banchi prova a cambiare salutando il francese Dioumassi e mettendo in discussione Casey Shaw ma alla fine a pagare per tutti è proprio lui. Ci è dispiaciuto perchè la squadra non remava contro il coach, semplicemente nonostante le mille riunioni fatte in quei mesi non era mai riuscita a trovare il bandolo della matassa. Forse avrebbe avuto bisogno di più tempo per trovare la necessaria chimica. Con Banchi ho avuto un ottimo rapporto e di lui conservo solamente ricordi positivi: se la mia carriera si è rilanciata e nel 2002 sono ritornato in Nazionale con Charlie Recalcati commissario tecnico il merito è anche suo».



IL RITORNO DI PANCOTTO

«La grande capacità di Cesare è sempre stata quella di tirare fuori il massimo dalle realtà in cui ha lavorato. Adora la pressione e la cavalca: fu così che in quei mesi, dalla zona retrocessione ci portò fino a sfiorare ai play-off. Ritrovata la necessaria tranquillità centrammo vittorie importanti come quella a Bologna contro una grande Virtus oppure il successo ottenuto al Carnera contro Udine. Con Pancotto i derby furono sempre una festa, per noi e anche per i nostri tifosi».



LA TRASFORMAZIONE

«Alla fine di quella stagione rinnovo il contratto. Pancotto e Steffè mi chiamano, in vista del campionato 2001/2002 hanno bisogno di un lungo diverso, capace di inserire una dimensione offensiva e di giocare anche fronte a canestro. Inizialmente sono perplesso ma lavoro come un matto in palestra grazie allo straordinario supporto di Furio. Prima amichevole precampionato, entro e lo schema mi libera sull'arco dei 6,25. Tiro e non prendo neppure il ferro. Ho fatto fatica a girarmi verso la panchina, Cesare mi guarda, mi applaude e mi dice "Roberto, perfetto. Continua, non ti preoccupare". Sentire la fiducia del coach mi ha caricato a molla: la seconda bomba è entrata e quell'anno ho chiuso la stagione con oltre il 40% da tre».

L'ULTIMA STAGIONE

«Tanti infortuni, la fuga di Billy Thomas, una società resa zoppa dalla crisi che poi portò al fallimento. Tutte cose che in quel campionato 2003/2004 si fecero sentire. Nonostante i problemi andammo vicini alla salvezza: la retrocessione per me fu una grande sconfitta. Sono rimasto cinque anni e, l'ho sempre detto, se la società non fosse fallita probabilmente mi sarei fermato a vivere a Trieste».

IL RAPPORTO CON LA CITTÀ

«Con la città di Trieste e con i suoi tifosi ho avuto un rapporto splendido. La mia famiglia è cresciuta a Trieste, per necessità di spazi ho cambiato tre case e ho imparato a conoscerla e ad amarla anche nei particolari. Con i tifosi il rapporto è stato di grande complicità sin dal primo giorno, ci hanno sempre sostenuti anche nell'ultima stagione che è finita purtroppo come sappiamo. Il ricordo più bello? La targa che alcuni ragazzi vennero a portarmi direttamente a Rimini. La conservo ancora come una delle cose più emozionanti della mia carriera». —

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