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Bowers:«Non dimentico Trieste: con un gruppo fantastico sono entrato nella storia»

Ritiratosi ora vive nel Missouri. “Elbo” adesso è un consulente di vendita per la Johnson&Johnson. Si occupa di strumenti medici per curare trauma ortopedici. Suo malgrado, la competenza se l’è procurata con una carriera condizionata dagli infortuni.

TRIESTE Stavolta bisogna cominciare dalla fine. «Forza Muloni!» C’è sempre un angolo di Trieste a Columbia, Missouri. C’è sempre un angolo di Trieste dove c’è Laurence Bowers. Il lungo gentile dalle ginocchia di cristallo per scegliere cosa da fare da grande, costretto a lasciare il basket dall’impossibilità di giocare convivendo con il dolore, si è affidato ai sentimenti. «Sono nato a Memphis ma sono tornato qui dove ho frequentato l’università». “Elbo” (come è stato italianizzato semplificandolo Lbo, la sigla delle sue iniziali) adesso è un consulente di vendita per la Johnson&Johnson. Intendiamoci, niente shampoo delicati e bagnetti per bebè nel portafoglio vendite di Bowers. Si occupa di strumenti medici per curare trauma ortopedici. Suo malgrado, la competenza se l’è procurata con una carriera condizionata dagli infortuni.

LA NOTTE DELLA GLORIA Si è ritirato a trent’anni, Elbo. Quando un lungo raggiunge la maturità, si dice di solito. Lui, invece, quella maturità sul parquet non ha potuto godersela. Ma i rimpianti vengono stemperati da un ricordo. Ha chiuso alla grande, Elbo. Ha chiuso due anni fa riportando la Pallacanestro Trieste in serie A. Il suo marchio lo aveva posto in gara1, in casa, contro Casale Monferrato. 21 punti, una tripla essenziale per il +6 nelle battute concluisve, autorevolezza. La notte della gloria, nella decisiva gara3 al PalaFerraris piemontese, Bowers fu positivo senza acuti. Ma nella notte della gloria c’era anche lui, eccome. «Trieste è stata l’ultima fermata della mia carriera ma è stata anche la fermata migliore. Posso consolarmi pensando che ho finito la carriera con il ricordo più bello. Vincere un campionato davanti ai migliori tifosi d’Italia è speciale. Ricordo quanto erano contenti tutti per quella promozione. Lo meritava la società, la più attrezzata tra quelle conosciute nei miei cinque anni da giocatore all’estero. Lo meritava la gente, non ho mai visto tanta passione per la propria squadra. Ero solamente grato per poter fare parte anche io della storia».

L’ASSENZA Quanto ti manca il basket giocato, Elbo? «Non riesco nemmeno ad esprimere a parole quanto mi manca giocare a pallacanestro. Ci penso ogni singolo, benedetto, giorno. Non avrei mai voluto smettere. Sarei tornato a Trieste la stagione successiva se non fossi stato costretto a ritirarmi. Mi sento a posto con la coscienza, almeno: so che quell’anno ho dato davvero tutto quello che il mio fisico poteva permettermi». Che anno, quell’anno. Nemmeno troppo semplice, all’inizio, per il lungo di Memphis, chiamato a prendere il posto di una macchina di brividi e spettacolo come Jordan Parks. Come spesso capita, i confronti inevitabilmente dividono. Da una parte quelli del «Però Parks saltava molto di più ed era più divertente». Dall’altra parte quelli del «Sì, questo salta meno ma vuoi mettere le mani e la tecnica rispetto all’altro?». Finisce che hanno avuto ragione tutti, chè tanto lo show lo ha assicurato Javonte Green, ora ai Boston Celtics, e la Pallacanestro Trieste è arrivata nel Paradiso della serie A dopo 14 interminabili e talvolta frustranti anni. E, paradosso finale, a occupare il posto di Bowers ritiratosi è arrivato un giocatore ancora meno esplosivo atleticamente ma dalla raffinata cifra tecnica come Hrvoje Peric. Ti manca Trieste, Elbo? «Mi mancano molte cose ma - non odiatemi - io so che voi amate la Bora però a volte camminare in mezzo a quei refoli per me è stato difficile». E se un giorno ci tornassi? «Sarebbe un piacere. La prima cosa che farei? Porterei la famiglia a mangiare a Navigando. Poi andrei all’Allianz Dome a ricordare i bei tempi».

LA FAMIGLIA I tifosi biancorossi si erano affezionati a uno scricciolo dalle acconciature vezzose che trotterellava in mezzo al campo, finita la partita, per raggiungere il papà e farsi prendere in braccio.

«Dovreste aggiornare quei ricordi, però. Il mondo del basket Fiyori lo ha conosciuto vedendomi giocare proprio quando eravamo a Trieste e adesso non sa più farne a meno. Guardiamo insieme partite tutto il tempo. Adora la pallacanestro e non potrei essere più contento. Da un mese la famiglia si è allargata, con Lael. Non ho dubbi. Amerà il basket». Sui social Bowers sta promuovendo il suo camp annuale. Sarà a inizio luglio, se sarà possibile organizzarlo. «La cosa più importante in questo momento è stare al sicuro e amare la propria famiglia. Ci sono cose che diamo per scontate e in questo momento dobbiamo abbracciare i nostri cari e dire loro quanto li amiamo ogni singolo giorno». Per dire addio ai tifosi della Pallacanestro Trieste Bowers scrisse una lunga, struggente lettera, con l’amara considerazione che «Quando il tuo corpo ti dice stop tu devi sempre ascoltarlo». In quella lettera scherzava «Trieste devi dire a Eugenio di sorridere un po’ di più perchè la vita è bella». Come nella foto del trionfo a Casale: Bowers abbraccia un Dalmasson radioso. É trascorso oltre un anno e mezzo da quelle righe. Ai tifosi biancorossi adesso cosa diresti? «Trieste appartiene alla serie A! Ho sempre tifato per voi, ragazzi, e spero di vedervi giocare in campionato un giorno. E questa volta vedrò la mia Trieste in serie A. Forza Muloni!» —

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