Il razzismo nel calcio Dai pionieri a Balotelli



Cori razzisti, purtroppo, ancora una costante sia sui campi della serie A, come sui campetti di periferia. Nella massima serie già molti gli episodi: i “buu” dei cagliaritani contro l’interista Lukaku, dei romanisti contro il doriano Vieira, dei veronesi contro il milanista Kessie e il bresciano Balotelli. Tutti “colpevoli” di avere la pelle scura. Alle porte del 2020 il razzismo sui campi di calcio esiste ancora. Ed esiste da sempre. Ce lo raccontano Massimiliano Castellani e Adam Smulevich nel loro “Un calcio al razzismo. 20 lezioni contro l’odio” (Giuntina, 10euro). Il libro affronta venti intense storie fra le quali quelle dei grandi allenatori ungheresi colpiti dalla Shoah in Italia ma anche di discriminati perché cristiani sotto il regime filo-sovietico, come la famiglia Zeman.


Dal calcio dei pionieri di inizio ’900 alla vicenda di Lilian Thuram, bandiera del calcio francese con trascorsi in Parma e Juventus, oggi ambasciatore Unicef e scrittore di saggi sul tema. All’ex difensore si arriva passando per storie di vario genere.

Storie di razzismo politico come quella di Carlo Castellani, bomber dell’Empoli a cui la squadra toscana ha dedicato lo stadio e che, ignaro del suo destino, si sostituì nel 1944 al padre socialista, malato in quei giorni, pensando di consegnarsi a due carabinieri per un semplice controllo, salvo poi non fare più ritorno da Mauthausen (il padre David era invece nel mirino dei gerarchi per aver criticato il regime fascista). O di antisemitismo, come Arpad Weisz, tecnico ebreo ungherese che conquistò tre scudetti tra Inter e Bologna per il quale il rifugiarsi nei Paesi Bassi fu il crocevia verso Auschwitz.

Singolare la storia di Luciano Vassallo, il figlio della colpa: eritreo italiano, padre un militare e madre una donna indigena, alzò per la sua nazione la Coppa d’Africa del 1962 dopo che il padre lasciò tutta la famiglia in Etiopia per tornare in Italia facendo finta che non esistesse, mentre lui da eroe nazionale, all’avvento del dittatore Menghistu, fu costretto a scappare perché accusato di connivenza con il regime fascista. Lui, che da suo padre Vittorio, ufficiale dell’esercito coloniale mussoliniano, fu letteralmente abbandonato.

Storie da leggere perché, come scrive Thuram, «non c’è una storia nera o una storia bianca. È tutto il passato del mondo che dobbiamo recuperare per capire meglio noi stessi e preparare il futuro dei nostri figli». —





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