Cesare Maldini: 80 anni e vivo di calcio

«Faccio il commentatore per Al Jazeera. Il mio ricordo più bello? La Coppa dei Campioni sollevata insieme a Rocco»

TRIESTE Ottant’anni oggi, di cui 60 trascorsi sui campi di calcio. Un giorno che Cesare Maldini vivrà con la semplicità che piaceva al maestro Nereo Rocco: in famiglia, con qualche amico, buoni piatti e ricordi unici.

L’ideale sarebbe stato poter festeggiare gli 80 anni all’”Assassino”, lo storico locale legato alla storia del Milan. Ah, ma anche adesso ho un punto di ritrovo. Il sabato a pranzo, al “Novecento”. Paolo va a giocare a calcio dalle 11 alle 12 con amici e 3-4 ex compagni di squadra, alla fine mi raggiungono al ristorante.

Un rito che ha rischiato di perdere, con quella storia di Maldini jr sulla strada del Paris S.Germain, grazie ai buoni uffici di Leonardo.. Ma lì c’entrano soprattutto i nostri rapporti con lo sceicco del Qatar.

Prego? C’è un rapporto di amicizia che dura da anni. Io sono da tempo commentatore televisivo per Al Jazeera Sport, continuo a farlo, vado spesso in Qatar e capita che lo sceicco, quando va a Parigi, si fermi a Milano dove ci incontriamo.

Qatar ultima tappa professionale - finora - di una carriera cominciata a Trieste. Alla Triestina. I primi calci li ho dati al ricreatorio di Servola.

Il Gentilli. Se è per questo per un periodo si è chiamato anche Casa del Balilla..Per noi era IL ricreatorio. C’era il campo di basket, noi piazzavamo quattro paletti per fare le porte e giocava a pallone. Le sfide più accese erano con quelli di San Giacomo. Poi arrivò la Triestina.

Che adesso vive una delle pagine più tristi. Lo so e mi dispiace.

La sua che Triestina era? Un’altra cosa. Ero giovane, con tanto entusiasmo, ci andavamo ad allenare anche sul campo del Ponziana.

Che, tanto per continuare con gli anniversari, compie 100 anni.. Bellissimo. E’ importante che sopravvivano società storiche.

Alla Triestina il primo incontro con Nereo Rocco. La prima volta che l’ho conosciuto avevo 17 anni e lui era già un allenatore di A. Ero intimidito, ovviamente. Mentirei se negassi che è stato l’incontro più importante in campo sportivo. Abbiamo condiviso momenti indimenticabili.

Soprattutto al Milan. Ero rossonero da qualche anno. Lui aveva allenato il Padova.Ci erevamo tenuti in contatto. Era titubante se accettare l’avventura a Milano, avrebbe trovato un tipo di giocatori differenti da quelli che era abituato a svezzare a Padova, un ambiente completamente diverso. Ma i dirigenti milanisti erano convinti che lui, che veniva dalla provincia, sarebbe stato l’uomo giusto.

Il Milan anche anni dopo avrebbe ripetuto scommesse simili. Perché le scelte sono sempre molto ponderate, anche quando possono sembrare azzardi. Sacchi veniva dalla provincia, Allegri anche. Capello e Leonardo sono stati lanciati dal Milan. E poi Ancelotti...(che però aveva già allenato la Juve ma l’impressione è che sia il preferito da Maldini, )

Torniamo a Rocco. Prima dei grandi successi ci sono stati anche momenti di difficoltà. Il peggiore dopo una sconfitta a Firenze. Siamo sul treno del ritorno e il Paron mi fa: «Sai, forse qui non vado bene, non ce la faccio». Io lo invito ad andare a mangiare insieme, all’arrivo a Milano, e gli dico: «Signor Rocco, guardi che la nostra squadra è fortissima, qui si vince».

Lo chiamava signor Rocco? Sì, come si usa a Trieste. Sono stato educato così: a chi è maggiore d’età bisogna sempre portare rispetto.

E il signor Rocco quella domenica si lasciò convincere. Per fortuna. Abbiamo iniziato subito a vincere e non ci siamo più fermati.

Il ricordo più bello? Facile: la fotografia in cui solleviamo la Coppa dei Campioni, il primo trofeo europeo. Lì abbiamo fatto la storia.

Con Rocco ha condiviso anche una stagione al Torino. Ci sono andato perché c’era lui ma non mi trovavo bene. Ero abituato a Milano.

E si apre l’era da allenatore. Prima con i giovani, come tutti, poi Rocco mi ha portato accanto a lui in panchina a San Siro. Ero in imbarazzo, non volevo fare un torto a Marino Bergamasco, il vice, triestino pure lui. E Rocco: ma ti vien lo stesso...

Trieste per celebrare un secolo dalla nascita del Paron gli dedicherà una grande mostra in Porto Vecchio. Un giusto riconoscimento. Me ne ha parlato Bruno Rocco con cui mi sento spesso.

Della carriera da allenatore di Cesare Maldini si ricordano soprattutto gli anni in azzurro. Prima i trionfi con l’Under 21, poi la Nazionale A e la beffa con la Francia nei quarti dei Mondiali 1998. Per otto anni ho lavorato al fianco di Bearzot, conoscevo l’ambiente. Bei ricordi.

E, infine, il Paraguay. Mi fecero un’offerta e mi trovai con i loro dirigenti in Sudamerica. Ho firmato e dopo 20 giorni ero in Paraguay ad allenare quella rappresentativa.

Lontanuccio, no? Ma un ct non ha bisogno di essere fisicamente lì 365 giorni l’anno.I pezzi pregiati, poi, giocavano in Europa. E’ stato un bel periodo, culminato nella qualificazione ai Mondiali.

L’oggi: Al Jazeera e la vita da nonno. A quando la terza generazione dei Maldini in serie A? Paolo è un papà che accontenta i figli (14 e 11 anni) ma sa anche essere rigido: se non studiano non vedono il campo. Ed è giusto così.

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