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Inquinamento in Serbia: i giudici ordinano il taglio delle emissioni al colosso dell’energia

Storica sentenza dei giudici di Belgrado che hanno condannato il colosso dell’energia Elektroprivreda

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO Una sentenza inattesa e storica che fa rumore, progetti controversi a spinta cinese che vanno intanto avanti, rilevazioni sempre fuori dalla norma, polemiche politiche e pure proteste di piazza, di nuovo in agenda a breve.

Ritorna il freddo, ricomincia a mordere il problema dello smog, nei Balcani, regioni tra le più avvelenate dall’inquinamento a livello mondiale. Ma qualcosa potrebbe cambiare, almeno in Serbia, uno dei Paesi più colpiti nella regione.

È quanto suggerisce quella che è stata definita una «sentenza storica» dal Reri, think tank che da anni è in prima fila nel combattere l’inazione delle autorità e dei colossi del carbone nell’affrontare la questione smog. Reri, da piccolo David, è riuscito infatti a sconfiggere in tribunale un colosso dell’energia come la Elektroprivreda Srbije (Eps), l’omologo serbo dell’Enel.

Nel 2021 Reri aveva accusato la Elektroprivreda di essere uno dei maggiori inquinatori del Paese, di aver fatto poco o nulla per ridurre i danni derivanti dalla produzione di elettricità dal carbone e di avere sulla coscienza migliaia di decessi ogni anno. A sorpresa, i giudici hanno dato torto a Golia, ordinando in primo grado all’Eps di ridurre le emissioni di anidride solforosa emesse dalle centrali serbe, uno dei maggiori inquinanti a livello nazionale. E bacchettando l’azienda, che avrebbe dovuto fin dal 2018 abbattere le emissioni, come stabilito dai piani nazionali, obbligatori per la Serbia – e gli altri Paesi balcanici che aderiscono alla cosiddetta Energy Community. Invece che limitare, le emissioni sono invece aumentate, con le centrali termoelettriche Nikola Tesla e Kostolac che hanno pompato in cielo fumi sei volte oltre i limiti massimi.

La sentenza «riconosce finalmente» - e per la prima volta - «il diritto dei serbi a un ambiente sano» e a possibili risarcimenti per i danni subiti «negli anni» a causa delle emissioni dell’Eps, ha spiegato il direttore di Reri, Mirko Popovic, segnalando che la giustizia di Belgrado ha usato la mano dura, servendosi di strumenti giuridici a disposizione da ben 50 anni, per tentare di restringere la cappa di fumi neri che incombe sul Paese. Cappa che, tuttavia, non è limitata alla sola Serbia ma si estende anche alle nazioni vicine, dal Kosovo alla Macedonia del Nord, arrivando alla Bosnia, che con la Serbia condivide la palma del record di inquinamento. Lo confermano dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, che indicano che Kosovo, Serbia e Bosnia rimangono nella top ten per uso di carbone per produzione di elettricità, tra il 70 e il 90% del totale.

E le rilevazioni delle ultime settimane, che hanno visto Sarajevo e Belgrado competere per il podio delle città più avvelenate al mondo, non solo per colpa delle centrali, ma anche per l’uso di legna e carbone per il riscaldamento domestico e a causa delle auto obsolete in circolazione. A Sarajevo, per esempio, domenica i livelli di smog sono stati 17 volte superiori ai livelli consentiti, con la capitale bosniaca al top nel mondo per inquinamento. Ma la situazione rimane drammatica anche in altri luoghi, come Zenica o Tuzla, ma anche in Montenegro, in Macedonia e pure in Bulgaria, con il 12% dei decessi nel Sudest Europa causati dallo smog, secondo dati dell’Oms. Difficilmente, malgrado proteste e sentenze, le cose cambieranno a breve. Lo conferma la prossima apertura di un nuovo blocco della centrale serba di Kostolac, investimento a traino cinese. E basato ancora una volta sul carbone.

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