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Elezioni 2022, affluenza ai minimi storici: 10 punti in meno rispetto al 2018. In Emilia Romagna il dato più alto, crollo al Sud

In ribasso rispetto alle scorse elezioni in tutte le regioni d’Italia il numero di persone andate a votare

Aggiornato 2 minuti di lettura

Creato da

Orietta Scardino (ansa)

Alla vigilia delle elezioni si sapeva che i numeri sull’astensionismo sarebbero stati uno dei temi. In primis per il dato nazionale, poi per i dati del Sud Italia e delle Isole, infine per i giovani con i diciottenni che per la prima volta votavano anche per il Senato. I dati del Viminale non lasciano dubbi: il fattore astensionismo ha pesato, come si temeva, sulle elezioni 2022. Rispetto all’edizione del 2018, i dati sono impietosi specie al Sud e nelle Isole. Alle ore 23 ( i dati sono ancora parziali) ha votato il 63,94% degli aventi diritto, quando sono stati scrutinati i dati di tutti i comuni. Lo si rileva dal sito del ministero dell'Interno. L’affluenza è ai minimi storici con il calo è di circa 10 punti: nella precedente tornata elettorale del 2018 alla stessa ora si era recato alle urne il 73,83% degli elettori per la Camera. Solo tre regioni si attestano al 70%, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, nonostante abbiano peggiorato il risultato del 2018. 

I dati delle 12, 19.21% di affluenza rispetto al 19.43% del 2018, avevano fatto sperare che nel corso della giornata si assistesse a un recupero, con conseguente miglioramenti, rispetto a quattro anni fa ma così non è stato. In mattinata alcune regioni si erano dimostrate virtuose: l’Emilia-Romagna era al 23,46% contro il 22,7% di quattro anni fa, la Lombardia al 22,42% rispetto al 20,90%, il Lazio dal 18,89% era passato al 20,83% e, infine, la Toscana passata dal 21,33% al 22,17%. Stabile il confronto dei dati per Liguria, Marche, Piemonte, Sicilia, Umbria e Veneto. Già dai primi rilevamenti su chi si era recato al seggio netto calo per: Abruzzo (dal 17,17% al 19,39%), Calabria (dal 15,11% al 12,89%), Campania (dal 16,96% al 12,44%), Molise (dal 17,89% al 13,00%), Sardegna (dal 18,35% al 15,58%), Trentino (dl 20,82% al 18,83%), Friuli-Venezia-Giulia (dal 22,57% al 21,68%), Puglia (dal 17,98% al 16,8%) e Valle d’Aosta (dal 21,24% al 19,92%). 

Alle 19, invece, il Ministero degli Interni ha iniziato a certificare una flessione ampia dei votanti. L’affluenza su tutto il territorio nazionale è scesa dal 58,4% del 2018 al 51,16%. Un calo di oltre sette punti, con nessuna regione che si è migliorato rispetto ai dati delle scorse elezioni. Le più virtuose, con una percentuale ben oltre il 55%, sono state l’Emilia Romagna (al 59,76% dato più alto dell’intera penisola), Friuli-Venezia-Giulia (56,23%), Lombardia (58,35%), Marche (55,69%), Toscana (58,07%) e Umbria (56,07%). Dati in netto calo invece in Calabria (36,92%; -13% rispetto al 2018), Campania (38,72%; -14%), Molise (44,04%; – 12%), Puglia (42,58%; -11%), Sardegna (40,97%, -12%) e Valle d’Aosta (48,76%; -11%). 

Un quello dell’Italia in sincronia con i dati che sono arrivati negli ultimi mesi dal resto del mondo. Il nuovo minimo segnato dall'affluenza alle elezioni politiche italiane ha riacceso il dibattito sulla crisi della rappresentanza. Il dato colpisce perché riferito a un Paese che era abituato a una forte partecipazione al voto ma è in linea con una tendenza che viene riscontrata in molte tra le principali democrazie e in modo spesso ben più accentuato. Un primo esempio assai rilevante è quello della Francia, che alle elezioni legislative dello scorso giugno ha registrato un'affluenza pari al 47,5% al primo turno e al 46,2% al secondo turno. 

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