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Voglio una scuola tutta sbagliata

Le classi migliori sono quelle eterogenee composte da alunni diversi uno dall’altro: abili, capaci, negligenti, superficiali, svegli, disattenti, pronti, annoiati, solerti e ribelli, maschi e femmine, italofoni e no, bianchi, neri e gialli. Quante volte l’ho detto, l’ho scritto, l’ho proclamato? Un’aula scolastica composta da tanti secchioni sarebbe tristissima, proprio come se fosse riempita di soli ripetenti. Prendi un adolescente cresciuto nella bambagia, che poi anche quella quasi sempre riserva brutte sorprese, con una famiglia diciamo a posto, mamma architetto, papà avvocato, letture giuste, corsi di lingua, palestre e piscine fin quante ne vuoi, insomma un Pierino, secondo la famigerata definizione che gli dava don Lorenzo Milani, mettilo accanto a un suo coetaneo speciale - come dovremmo considerare i ragazzi portatori di handicap - vedrai quanto cambia (in positivo): tu da adulto non potresti rendergli un servizio migliore. Se non altro capirebbe che non soltanto i deboli hanno bisogno dei forti: vale anche il contrario.

Eppure, nonostante tali evidenze, ovviamente non solo mie, maturate in circa quarant’anni di esperienze didattiche come docente e educatore, peraltro suffragate dalla testimonianza operativa di centinaia di colleghi, nonché da tutti i pedagoghi più avvertiti, a partire da John Dewey fino a Maria Montessori e ben oltre ancora, puntualmente alla ripresa della stagione scolastica, nelle segreterie amministrative degli istituti, statali e parificati, dove i genitori hanno iscritto i loro rampolli, continua a ripetersi la stessa scena: ognuno vorrebbe vedere collocato il suo pargoletto nel gruppo migliore, lontano dai problemi che gli potrebbero derivare dalla convivenza con elementi caratteriali, se non addirittura immigrati neo-arrivati, dentro la sezione delle cosiddette Eccellenze, a contatto coi professori più quotati, insomma perfettamente posizionato sulla rampa di lancio verso il successo e la completa affermazione professionale.

Intendiamoci: è normale e giustissimo che un padre e una madre cerchino il bene dei figli, ci mancherebbe altro, ma appunto si tratta di capire quale possa essere la scelta più adeguata alle necessità di ognuno. E’ preferibile indirizzare i nostri ragazzi negli acquari fioriti degli ambienti esclusivi, oppure fargli sentire subito i raggi roventi della vita? E inoltre: cosa vuol dire meritocrazia? Come si fa a stabilire il livello della qualità scolastica? Chi ha superato il test a risposta multipla, riuscendo a piazzarsi al primo posto nelle valutazioni standardizzate oggi trionfanti, è davvero il più bravo, o soltanto il più furbo? E, se dopo aver corrisposto in pieno ai quesiti ricevendo l’alloro, con qualche trucchetto per evitare le relative trappole logiche, il giorno dopo l’esame si fosse già dimenticato quale casella aveva sbarrato, che senso avrebbe avuto la sua vittoria? Anche questa è una mia convinzione: certe risposte sbagliate possono rivelarsi più preziose di quelle corrette. Ecco perché la scuola deve essere il luogo elettivo dell’errore. Altrimenti, come ci ammoniva il priore di Barbiana, continuerebbe a recitare il ruolo dell’ospedale impegnato a curare i sani, scartando i malati. Cosa ne faremo di coloro che, per un motivo o per l’altro, non ottengono i risultati richiesti? Vogliamo continuare a gettarli nella retrovia polverosa degli istituti tecnici e professionali sui quali invece, con grande acume e oculatezza, il presidente Mario Draghi, sin dal suo primo discorso d’insediamento, ci chiese di fare i conti? Ora che stanno arrivando i tanto sospirati fondi europei, dovremmo quindi sapere il modo in cui utilizzarli.

Ammettiamolo: la scuola italiana è una delle più inclusive del pianeta. Poche legislazioni come la nostra sono così aperte e innovative, ad esempio per quanto riguarda il sostegno agli alunni svantaggiati. Tuttavia la vecchia mentalità selettiva torna a ondate intermittenti continuando a perpetuare equivoci paradossali. Ricordo una volta quando Abdel, giovane egiziano che frequentava ragioneria, venne da me dichiarando tutta la sua difficoltà nello studiare il Risorgimento. L’insegnante di storia gli aveva impartito la solita lezione riservata ai suoi amici di madrelingua italiana (il vecchio pacchetto ermeneutico: spiegazione orale, paginette da leggere sul manuale, interrogazione e voto), preparandolo alla medesima valutazione sulle competenze raggiunte o mancate. Del resto, quello era “il programma ministeriale da svolgere”, cos’altro avrebbe potuto fare? Abdel, mortificato, mi sussurrò all’orecchio: «Professore, cos’è il Piemonte?» Poche settimane dopo sarebbe stato sottoposto ai test Invalsi. Se io, a sedici anni, quanti ne aveva lui, avessi studiato arabo in una madrassa del Cairo e qualcuno mi avesse chiesto cos’era il Governatorato del Matrouh, avrei provato il suo stesso smarrimento. Qualche tempo dopo questo ragazzo, che comunque riuscì a diplomarsi, fu utilissimo come mediatore linguistico e culturale: nel momento in cui si presentarono altri minorenni maghrebini non accompagnati, ci aiutò ad inserirli a scuola decifrando per noi ciò che dicevano (molte battute e qualche parolaccia) e volevano (accoglienza e comprensione).

Quando rifletto sulla scuola come laboratorio antropologico, luogo di formazione delle coscienze, anche critiche, dei futuri cittadini, centro di resistenza etica nel tessuto lacerato del Paese, strumento essenziale per ristabilire le gerarchie culturali nel grande mare della Rete, non mi torna in mente solo Abdel. Penso pure a Giulia, la ragazza dei Pcto. Si chiamano così i Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento. L’ex Alternanza Scuola Lavoro. Giulia, grazie a questi tirocini formativi che gli studenti delle medie superiori sono tenuti a fare in realtà extrascolastiche, insegna italiano ai suoi coetanei immigrati nella scuola Penny Wirton di Roma: ci riesce con una straordinaria capacità e disinvoltura. Quando la vedo in azione rimango sempre sorpreso. La mattina al liceo, uno dei più importanti e selezionati della capitale, seduta fra i banchi insieme ai compagni, vive ancora l’istruzione del Vecchio Novecento. Nel pomeriggio, compitando le sillabe con Ibrahim, analfabeta nella sua lingua madre, ingrana le marce del mondo nuovo.

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