Europa, le virtù e i problemi della transizione verde

Il World Oil Outlook dell’Opec: domanda mondiale di petrolio in crescita fino al 2045

L’Europa occidentale si trova in una posizione scomoda e per certi versi paradossale: fa da battistrada nella transizione verde (né America né Cina né altri si sono dati obiettivi così ambiziosi e a così breve scadenza) e questo in futuro dovrebbe collocarla in condizione di vantaggio, ma nel presente subisce l’impatto del rincaro di petrolio e carbone, e le energie rinnovabili la pugnalano alle spalle. Nel 2021, dice un rapporto di Bloomberg, il vento in Europa è stato meno frequente e meno intenso della media, facendo cadere la produzione eolica e sollevando dubbi sulla saggezza di contare su una risorsa così imprevedibile. Si è dovuto sopperire con le centrali elettriche a carbone e a gas. Sta andando male anche l’idroelettrico: le piogge sono state inferiori al previsto e gli invasi delle dighe sono al di sotto della media. Ne risentono soprattutto la Germania e la Danimarca, fortemente dipendenti dai cavi sottomarini che le collegano agli impianti idroelettrici della Norvegia, ora in deficit produttivo. Anche in questo caso si sta rimediando con più carbone e più metano.

Tutto questo mentre carbone e idrocarburi stavano rincarando già per conto loro, sotto la duplice spinta della ripresa economica globale post-Covid e di anni di disinvestimenti nelle fonti energetiche tradizionali, considerate obsolete. Adesso alla fortissima domanda si contrappone un’offerta inadeguata, e il risultato è che in questo priodo in Europa paghiamo il carbone attorno ai dollari a tonnellata (il prezzo internazionale si conteggia in dollari), cioè il quadruplo della meda del 2020 (attorno ai 50 dollari); il gas naturale fa molto peggio, essendo schizzata la produzione di energia da questa fonte a 85 euro per MegaWatt/ora, dai 12 euro di un anno fa; mentre il petrolio fa quasi bella figura, dato che il Brent che fa da riferimento in Europa è soltanto raddoppiato, dai 42 dollari di media del 2020 ai circa 80 attuali.

Dire petrolio è dire Medio Oriente (nell’accezione non geografica ma antropologica dell’espressione, che include in Nord Africa). Questa regione del mondo non è mai stato facile da “leggere”, ma negli ultimi anni si è fatta ancora più strana. Un tempo le guerre in loco facevano schizzare all’insù il prezzo del greggio, mentre in tempi recenti il caos sanguinoso nell’Iraq dell’Isis e nella Libia delle tribù e dei mestatori turchi e russi è stato accompagnato da cali di prezzo del barile. In parte lo si deve al fatto che i combattenti hanno imparato a non distruggere i pozzi, anziché bruciarli come fece Saddam Hussein nel Kuwait, così il flusso del greggio è proseguito senza intoppi. Messo sotto pressione negli ultimissimi anni dallo shale oil americano e dalla crisi pandemica, adesso il petrolio mediorientale si gode la forte ripresa della domanda internazionale di idrocarburi. E l’Opec, associazione di esportatori dominata da un pugno di Paesi mediorientali, vede rosa anche nel futuro a lungo termine.

Il suo ufficio studi prevede che la domanda di petrolio nel mondo aumenterà fino al 2045 e che fino ad allora il greggio resterà la fonte di energia principale, nonostante la crescita progressiva delle fonti rinnovabili. Secondo il World Oil Outlook dell’Opec, a trainare la domanda saranno i Paesi in via di sviluppo, mentre già a partire dal 2023 comincerà a calare in maniera strutturale il consumo di idrocarburi negli Stati più ricchi.

Si prevede che la domanda cresca da 90,6 milioni di barili al giorno del 2020 a 108,2 milioni nel 2045 (già nel 2019, ultimo anno pre-Covid, si erano superati i 100 milioni. Più in dettaglio l’Opec prevede che la domanda globale aumenterà in fretta nei prossimi anni per poi rallentare la corsa e quasi stabilizzarsi dopo il 2035, quando raggiungerà i 107,9 milioni di barili al giorno. Anche il contributo del petrolio alla produzione energetica mondiale è previsto in crescita nell’immediato, e in calo solo a lunga scadenza: dal 30% dello scorso anno dovrebbe salire gradualmente oltre il 31% nel 2025 prima di cominciare a calare fino al 28% nel 2045. Comunque il petrolio non sparirà dal mercato globali per molti decenni ancora.

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