Carraro: “Ora via alle riforme, è urgente tagliare i costi della burocrazia”

Enrico Carraro

Fra gli ospiti sul palco di Padova è intervenuto anche il Presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro. In un fitto dialogo con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, ha conversato di ripresa, imprese, lavoro, debito e territorio. Qui sotto una sintesi del dialogo.

A che punto è la congiuntura italiana?

«Il mio osservatorio è il Venero più che l’Italia. Adesso qui va benissimo ma ne abbiamo passate tante. Ora abbiamo due binari di marcia, uno che sta andando molto veloce e che mostra un’economia che si sta riprendendo. Anche le esportazioni sono ripartite e hanno superato i valori del 2019. Poi ci sono altri comparti, anche di grandi dimensioni come il turismo e la filiera della moda, dove ci sarà bisogno di qualche mese ancora per la ripartenza».

Parliamo del debito. Quanto la preoccupa?

«Tantissimo. Siamo un Paese che è troppo indebitato e abbiamo imprese che sono troppo indebitate. Anche in questa fase, chi ha voluto uscire dalle difficoltà ha dovuto fare ricorso ai debiti. Non so se basterà prolungare i termini dell’indebitamento e non so se serva trasferire i debiti sull’equity».

Come se ne esce? Con una patrimoniale?

«No. E qui Draghi ha detto chiaramente che non è il momento di prendere ma piuttosto quello di dare».

Sul fronte del lavoro, è stato giusto il blocco dei licenziamenti e adesso il suo prolungamento per i settori più in crisi?

«Si, da un certo punto di vista è stato giusto. Anche per la tenuta psicologica del Paese. Da un altro punto di vista invece la risposta è no: perché in quel contesto non si è potuto fare formazione per trasferire ai lavoratori competenze da utilizzare in aziende che adesso stanno correndo. Va ricordato che durante il periodo della cassa integrazione non si può fare formazione».

Teme che il sistema industriale italiano ricorrerà a licenziamenti in massa?

«No, noi non licenzieremo. Noi stiamo assumendo. Il problema di chi fa impresa oggi al Nord è piuttosto di trovare persone da impiegare, in tutte le funzioni. Quindi non solo i supertecnici».

Come si spiega questa discrasia del nostro mercato del lavoro?

«C’è stato un deficit formativo negli ultimi anni, dove l’Università non ha saputo interpretare quelli che sarebbero stati i lavori del futuro. Le imprese invece sapevano che competenze avrebbero cercato dopo 10 anni. Bisogna lavorare molto di più con la scuola, l’Università, con la formazione».

Le competenze sono importanti anche per far crescere la produttività. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza che occasione rappresenta?

«Sono innamorato non tanto del Piano quanto del fatto che grazie al Piano finalmente dovremo fare delle riforme».

Quali sono le più urgenti?

«E’ quella della pubblica amministrazione. Noi imprese spendiamo 57 miliardi l’anno per la burocrazia».

Esiste in Italia una gigantesca questione salariale. Da cosa dipende?

«Anche dal tipo di produzioni e dal valore aggiunto che non riusciamo a raggiungere con le nostre imprese, deteriorato ancora di più dalla globalizzazione. Questo territorio si è formato sul concetto di “piccolo è bello” che si studiava in Università fino agli anni 2000. Ci si è accorti poi che “piccolo” è incompatibile con un mondo che non ha più confini».

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