«Mangiamo bene ma si può fare di più. Ragazzi e obesità: tasso troppo alto»

«Studiare quali saranno i piatti del futuro per essere parte di un cambiamento sociale e culturale»

MANTOVA. Cosa ci sarà nei nostri piatti tra vent’anni? E come sta cambiando il ruolo del cibo nella società? Domande alle quali cerca di dare una risposta, da otto anni, l’organizzazione no profit “Future food institute”. Tra i protagonisti al Te, la fondatrice e presidente, Sara Roversi, che sul rapporto stretto tra la produzione di cibo e il pianeta ha cominciato a interrogarsi ben prima che la sensibilità sul tema diventasse collettiva e che le aziende cominciassero a vederci una strategia di business. Prima degli accordi di Parigi e prima di Expo 2015, «un grandissimo acceleratore di consapevolezza». «In questi anni – ha raccontato rispondendo alle domande di Luca Ubaldeschi, direttore de Il Secolo XIX – abbiamo lavorato su tre verticali: l’educazione, per formare le nuove generazioni di innovatori, la community, necessaria per condividere e diffondere questa consapevolezza sul cibo, che rimane qualcosa di strettamente legato alla cultura e alle tradizioni, e l’innovazione. L’obiettivo è sì studiare quale sarà il cibo del futuro, ma anche essere parte del cambiamento».

Inevitabile un passaggio sulla pandemia, che ha modificato anche le abitudini sul cibo. «Siamo presenti in tutto il mondo e abbiamo osservato, come prima cosa, che gli esseri umani reagiscono tutti allo stesso modo – ha proseguito Roversi – poi ci siamo anche resi conto che la pandemia ha reso visibile l’invisibile. Ricordiamo i primi giorni, quando abbiamo preso d’assalto i supermercati e fatto scorte. Poi abbiamo cominciato a leggere sui giornali di quanto i piccoli produttori fossero sconnessi dalla catene distributive, visto i miliardi di litri di latte che rischiavano di andare perduti. Abbiamo cominciato a vedere gli anelli deboli della filiera».

Tra i temi affrontati, anche il rapporto tra cibo e innovazione: dalla tecnologia nei processi produttivi, che possono essere resi più sostenibili (per esempio, limitando il consumo di acqua) alla tecnologia utilizzata per conoscere meglio le filiere (per esempio la blockchain). Attenzione, però, alle generalizzazioni: «Dobbiamo cominciare a vedere i sistemi alimentari per ciò che rappresentano dal punto di vista sociale, culturale e dei territorio. L’innovazione spalmata, uguale per tutti, non può portare un reale beneficio».

In chiusura una riflessione sull’Italia patria del buon cibo. Gli italiani mangiano bene? «Potrebbero fare meglio. Siamo tra i Paesi europei con il più alto tasso di obesità tra i ragazzi».

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