Il danno del cibo che sprechiamo: gas serra e miliardi in discarica

Le cifre di un assurdo autogol planetario: solo in Europa ogni anno si buttano 88 milioni di tonnellate di alimenti

Se lo spreco alimentare fosse un paese, sarebbe più grande della Cina: immaginate una distesa di terra disboscata, dove numerose specie animali sono state portate all’estinzione, popolazioni indigene sfrattate dai loro villaggi ancestrali. Il tutto per produrre ogni anno cibo che non verrà mai mangiato, consumando inutilmente un quarto dell’acqua dolce disponibile in quel periodo sul pianeta. Questo immane quanto inutile sforzo, poi, si traduce in un’ulteriore danno quando questo cibo sprecato finisce in discarica dove decomponendosi produce metano, gas serra molto più dannoso dell’anidride carbonica. Se lo spreco alimentare fosse un paese, sarebbe il terzo nemico dell’atmosfera quanto a produzione di gas serra dopo la Cina e gli Stati Uniti d’America, generando l’8 per cento del totale di queste emissioni sul pianeta.

Per la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la lotta allo spreco alimentare è una delle principali priorità, emersa brutalmente da un suo rapporto choc di dieci anni fa, dal quale emergeva che circa un terzo del cibo prodotto sul pianeta andava perso o sprecato ogni anno, a fronte di centinaia di milioni di persone che soffrono la fame e non hanno accesso a sistemi di alimentazione salutari.

Solo nei Paesi dell’Unione europea, secondo le stime di Bruxelles, vengono generati annualmente circa 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari con costi associati pari a circa 143 miliardi di euro. Nel mirino una lunga catena di “colpevoli”, chiamati a modificare il proprio operato lungo la filiera di produzione, lavorazione, distribuzione e commercializzazione degli alimenti. Ma i primi responsabili sono i consumatori finali e le loro abitudini: oltre il 50 per cento di questo spreco è dovuto a loro, cioè a noi. Inizia con la cernita degli alimenti, dove viene privilegiato l’aspetto piuttosto che la qualità e prosegue con sistemi di conservazione spesso inadeguati o disattenti, lavorazioni che scartano quantità eccessive di cibo e infine stime inadeguate dei fabbisogni che portano a buttare direttamente gli avanzi, anche quelli che potrebbero essere tranquillamente riciclati. Il tutto mentre risulta sempre più difficile far fronte alle richieste di chi soffre di denutrizione e malnutrizione: solo nei Paesi dell’Unione europea circa 33 milioni di persone non possono permettersi un pasto di qualità ogni due giorni.

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