La sanità che verrà

La sanità che verrà
Ridisegnare il servizio sanitario attorno al paziente. Una sfida che si può vincere a patto di usare i finanziamenti della legge di Bilancio e del Pnrr per cambiare realmente la vita delle persone. Digitalizzazione e prossimità sono le parole chiave
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Il 2022 sarà un anno cruciale per la sanità. Alle spalle c'è la pandemia che ha fatto emergere diverse aree di miglioramento del nostro servizio sanitario, davanti ci sono i finanziamenti della legge di Bilancio e del Piano nazionale di ripresa e resilienza: si tratta di una cifra complessiva di circa 50 miliardi in totale. Da dove cominciare? Quali sono i binari su cui dobbiamo pensare di ridisegnare la sanità? Quali i cantieri da aprire da subito per costruire tutti insieme un servizio sanitario che risponda concretamente alle esigenze degli italiani, sia nelle emergenze che nelle situazioni ordinarie?

Per capirlo Janssen Italia ha commissionato alla Fondazione Censis uno studio che attraverso l’ascolto diretto delle Sanità regionali - responsabili di gestire il servizio per i cittadini - ha delineato “I cantieri per la sanità del futuro”. “Durante l'emergenza abbiamo voluto porci in ascolto delle esigenze dei cittadini nei confronti della sanità e abbiamo coinvolto anche le istituzioni e i tecnici per cercare di cogliere l'opportunità importante che abbiamo di fronte”, ha detto Massimo Scaccabarozzi, presidente di Janssen Italia e Head of External Affairs di Johnson & Johnson durante il talk organizzato da Salute “La sanità che verrà”. “Quello che è emerso è la centralità del fattore umano, che è un desiderio generale, e poi due esigenze specifiche, maggiore digitalizzazione e una medicina di prossimità”. A discuterne, insieme a Scaccabarozzi, Antonio Gaudioso, capo della segreteria tecnica del Ministro della Salute, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità e integrazione sanitaria della regione Lazio, Raffaele Donini, assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna, e Manuela Lanzarin, assessore alla Sanità e programmazione socio-sanitaria della regione Veneto.

Il nodo del personale

Durante i mesi di emergenza li abbiamo chiamati eroi, ma ora è tempo di dare a medici e infermieri una prospettiva in termini di lavoro e di organizzazione. “Durante la pandemia la Regione Veneto ha potuto contare sul fatto che la medicina territoriale qui è praticata da tempo, ma è difficile programmare il futuro se dobbiamo scontrarci con la carenza storica e drammatica del personale”, ha detto Lanzarin. È fondamentale quindi poter contare sulla possibilità di stabilizzare o assumere medici e infermieri, anche per poter formare i team multidisciplinari sul territorio e garantire la corretta presa in carico dei pazienti, soprattutto quelli cronici. Non ha dubbi neanche Gaudioso: “con i finanziamenti dobbiamo produrre cambiamenti tangibili per i cittadini. Fra questi anche assumere personale e programmare a lungo termine. Tutte le Regioni devono poterlo fare e non possiamo guardare al budget con gli stessi occhi con cui lo guardavamo prima di Covid”.

La spesa

Sforamento è una parola che chi si occupa di sanità conosce bene, ma che oggi non può avere lo stesso significato di due anni fa. “Siamo felici di vedere che il modello di assistenza territoriale che l'Emilia-Romagna ha costruito ormai da decenni sia in parte confluito nel Pnrr. Sappiamo comunque che anche noi dobbiamo migliorare i servizi ma, nonostante i finanziamenti, fino a quando le spese per il Covid saranno considerate a carico delle Regioni e non della sanità nazionale il sistema non sarà sostenibile”, ha puntualizzato Donini. “Così stiamo producendo un disavanzo”. Negli scorsi anni molte Regioni sono state commissariate proprio a causa del disavanzo maturato nella gestione della sanità. “Ma ora è arrivato il momento di ragionare diversamente: molto probabilmente il problema è stato anche quello di un costante sotto finanziamento della sanità. Basta guardare alle altri grandi nazioni europee per capire che è così”, ha sottolineato Scaccabarozzi.

La digitalizzazione

Rendere il servizio sanitario più digitale è una delle esigenze che il Censis ha raccolto da parte dei cittadini. Ma non si tratta solo di sviluppare qualche app o garantire delle visite da remoto. “Non parliamo solo di migliorare un anello del processo ma di riformare l'intero processo”, afferma D'Amato. “I vantaggi sono davanti agli occhi di tutti ma dobbiamo migliorare sul fronte della cyber sicurezza e avere delle regole condivise sulla privacy, che tutelino i cittadini ma consentano anche a chi gestisce la sanità di elaborare i dati in modo da poterli utilizzare per la prevenzione e la programmazione”. Anche la telemedicina in questo senso può fungere da strumento di appropriatezza delle prestazioni, permettendo da un lato ai diversi professionisti sanitari di coordinarsi meglio nella gestione e dall’altro supportando il paziente nell’orientarsi all’interno del proprio percorso di presa in carico. C'è poi il problema dell'alfabetizzazione digitale, sia dei cittadini sia del personale medico, e la grande opportunità di migliorare l'appropriatezza delle prestazioni grazie alla condivisione del piano clinico-diagnostico fra diversi medici, che si possono consultare in remoto in tempo reale.

La collaborazione

Tra i diversi insegnamenti che la pandemia ci ha lasciato c'è sicuramente quello del valore della collaborazione fra istituzioni, industria e operatori sanitari. “Dobbiamo lavorare perché la collaborazione continui e tutte le Regioni riescano a cogliere l'opportunità e adattare al meglio i servizi sanitari alle persone”, ha concluso Gaudioso. “I finanziamenti che abbiamo a disposizione devono cambiare realmente la vita delle persone”.