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Fotoni, elettroni, protoni e ioni: come cambia la radioterapia contro i tumori

Fotoni, elettroni, protoni e ioni: come cambia la radioterapia contro i tumori
Dalla “flash therapy” alle tecnologie che seguono i movimenti del respiro. Le racconta Marco Krengli, presidente eletto Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica
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Fotoni, elettroni, protoni e ioni, somministrati in poche sedute e in modo estremamente mirato contro i tumori. Tecnologie che permettono di seguire i movimenti del respiro con una precisione millimetrica, e imaging per adattare il trattamento alla risposta del tumore. Così anche la radioterapia diventa sempre più "di precisione". E si combina in modo personalizzato con altri trattamenti: per esempio con l'immunoterapia, per rendere il tumore più "riconoscibile" da parte del sistema immunitario.

In futuro la radioterapia potrebbe essere persino "flash", cioè erogata in un tempo brevissimo: una frazione di secondo invece che in alcuni minuti, come avviene oggi. Alcune di queste innovazioni sono già realtà per molti tumori, mentre altre arriveranno, probabilmente, tra qualche anno. Sono molte, infatti, le strade aperte dalla ricerca nel campo della radioterapia, anche per il cancro al seno, come è emerso dal XXXII Congresso Nazionale dell'Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica (Airo), che si è tenuto la scorsa settimana a Bologna.

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La radioterapia contro il cancro al seno: elevata precisione per ridurre gli effetti collaterali

Nel trattamento del cancro al seno, la radioterapia ha un ruolo molto importante. "Nella maggior parte dei casi, viene eseguita dopo l'intervento chirurgico, per eliminare eventuali cellule tumorali residue", dice a Salute Seno Marco Krengli, Direttore di Radioterapia presso l'Azienda Ospedaliera Universitaria Maggiore della Carità di Novara e presidente eletto Airo: "Un aspetto per noi fondamentale, quindi, è evitare di colpire i tessuti sani circostanti. Da una parte abbiamo oggi macchinari ad elevata precisione, dall'altra utilizziamo tecnologie che combinano il fascio di radiazioni con i movimenti del torace durante la respirazione e che ci permettono di ridurre a livelli molto bassi la quantità di radiazioni che può raggiungere altri organi, come cuore e polmone".

Raggi ad alta intensità contro le metastasi

Sempre di più la radioterapia ha un ruolo anche nelle pazienti oligometastatiche, ossia che presentano meno di 5 metastasi, di solito di piccole dimensioni. "In linea generale, l'identificazione dei pazienti oligometastatici, cioè coloro che hanno sviluppato un numero limitato di metastasi a distanza e che oggi riteniamo curabili con obiettivo di guarigione, è uno dei concetti più innovativi in ambito oncologico", prosegue Krengli.

In caso di oligometastasi nelle ossa, nella zona cerebrale o nei linfonodi in sedi profonde, per esempio, il trattamento con la radiochirurgia - o terapia stereotassica, che eroga una dose molto elevata di radiazioni - permette spesso di eradicarle. Questo può consentire di ridurre o dilazionare il trattamento con chemio, ormonoterapia e farmaci a bersaglio molecolare, tanto che nei pazienti con tumore della prostata oligometastatici sono in corso studi clinici per validare il vantaggio dell'impiego della radioterapia. Una recente metanalisi di 42 studi clinici, inoltre, ha evidenziato un vantaggio di sopravvivenza sia globale sia libera da malattia per coloro che ricevono il trattamento locale.

"È una strategia che si presta abbastanza bene anche alle oligometastasi del carcinoma mammario, ma molto dipende dalla biologia del tumore: le pazienti che ne beneficiano di più sono quelle con una malattia a crescita lenta e poco aggressiva".

Al di là dell'intento curativo, le metastasi che si sviluppano in posizioni particolarmente difficili o delicate, per esempio nell'area orbitale e periorbitale, possono essere trattate con la radioterapia a base di fotoni, dice ancora l'esperto. In casi selezionati, poi, può essere indicata anche l'adroterapia, un tipo di radioterapia che utilizza protoni e ioni carbonio (particelle chiamate nel complesso adroni). Va detto, però, che questo trattamento è stato inserito nei nuovi LEA (Livelli essenziali di assistenza, che stabiliscono la rimborsabilità) solo per alcuni specifici tumori. Attualmente sono in corso studi per estenderne l'utilizzo ad altre neoplasie, tra cui quella del seno, per esempio con l'obiettivo di ridurre ancora di più i possibili rischi per il cuore.

Ancora, uno dei filoni della ricerca riguarda la combinazione della radioterapia con l'immunoterapia, al fine di rendere i tumori più sensibili a quest'ultimo trattamento. Per quanto riguarda il cancro al seno in particolare, però, ad oggi non abbiamo evidenze sufficienti dell'efficacia della strategia di combinazione. "È una prospettiva molto affascinante. Le premesse e il razionale ci sono - dice Krengli - ma non abbiamo ancora conferme ed è quindi necessario condurre altri studi".

Stessa dose, meno sedute

Sempre guardando al futuro, un cambiamento che potrebbe invece arrivare nei prossimi anni è l'ipofrazionamento con 5 sedute di radioterapia. "Significa somministrare la stessa dose di radiazioni in meno tempo: in una sola settimana invece che in due o tre, come avviene adesso di norma", spiega il medico. Negli anni passati le pazienti venivano trattate in 30 sedute, e cioè per sei settimane.

Oggi in Italia, come in generale nei paesi europei, lo standard prevede 15 sedute, tranne che nel Regno Unito, dove si è affermato lo standard a 5 sedute. Con quali vantaggi? "L'ipofrazionamento - risponde Krengli - ha realmente migliorato la qualità di vita delle pazienti. Basti pensare a chi abita distante dai centri di radioterapia. Non è il solo aspetto da considerare: durante il trattamento, infatti, vengono interrotte le altre terapie farmacologiche per ridurre il rischio di tossicità, quindi l'ipofrazionamento permette di accorciare questo periodo di stop. Infine, meno sedute garantiscono una maggiore aderenza alla radioterapia".

Gli studi mostrano che somministrare la stessa dose di radiazioni in 5 o in 15 sedute ha gli stessi effetti a distanza di 5 anni dal trattamento, anche dal punto di vista estetico. Si attende, però, la conferma a 10 anni di distanza. "Nel nostro campo gli avanzamenti possono apparire più lenti che in altre discipline - conclude - ma in realtà le innovazioni tecnologiche e le nuove conoscenze sulla biologia dei tumori hanno segnato - e continuano a segnare - progressi enormi".