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Il caso di Carolina Marconi, quando è possibile adottare un bimbo dopo il tumore?

Il caso di Carolina Marconi, quando è possibile adottare un bimbo dopo il tumore?
L’appello su Instagram dell'ex concorrente del Grande Fratello ha acceso i riflettori sulle difficoltà, per chi ha avuto un cancro, di diventare genitore adottivo. E sul diritto all’oblio. Facciamo chiarezza
3 minuti di lettura

È possibile adottare un bambino per chi ha avuto il tumore? E dopo quanto tempo? La questione è stata portata all'attenzione della cronaca in questi giorni dall'attrice Carolina Marconi, che lo scorso anno ha avuto un cancro al seno.

In un post su Instagram Carolina racconta che lei e il suo compagno sono seguiti da un avvocato. Ma, scrive, "purtroppo non sono idonea a intraprendere un'adozione perché ho avuto un tumore". E invita a firmare per sostenere l'iniziativa #iononsonoilmiotumore della Fondazione Aiom sul sito dirittoallobliotumori.org, per chiedere che venga istituita una legge sul diritto degli ex pazienti a non essere più considerati malati.

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Cerchiamo di fare chiarezza nella newsletter di Salute Seno su cosa dice la medicina (e la legge), con Giordano Beretta, oncologo e presidente di Fondazione Aiom, ed Elisabetta Iannelli, avvocato e Segretario Generale della Favo- Federazione della Associazioni di volontariato in oncologia.

Adozione e ex pazienti oncologici

Il primo messaggio da passare per evitare confusioni è che non c'è una legge che vieti le adozioni a chi ha avuto il cancro ed è considerato guarito: il requisito di buon senso è che non vi sia un rischio concreto, e prossimo, per la sopravvivenza di chi aspira a diventare genitore. "La progettualità di avere un figlio è una speranza di vita e un desiderio umano, ma bisogna sempre tenere presente che il primo diritto da tutelare è quello del minore ad avere una famiglia", spiega Iannelli:

"Quando c'è una condizione di lunga sopravvivenza dopo la diagnosi senza recidiva, non c'è motivo per cui non si debba riconoscere l'idoneità all'adozione. Ogni caso deve essere quindi valutato a sé, ma in generale non vi sono impedimenti legittimi o etici, e in Italia ci sono donne e uomini diventati genitori adottivi dopo il cancro".

Quando fare domanda

Non c'è un termine stabilito per legge e la questione è al centro di confronti anche sul piano scientifico. "Di norma - continua Iannelli - i Tribunali per i Minorenni prendono come riferimento 5 anni, sebbene non sia chiaro se dalla diagnosi, dall'ultima evidenza di malattia o se dalla fine dei trattamenti. Oggi sta alla sensibilità di chi è chiamato a decidere. Per questo servirebbero delle indicazioni chiare per i Tribunali dei Minori, basate su linee guida, in modo che i giudici possano avere dei criteri condivisi".

Ex pazienti, cosa dice la scienza

Per guarigione, in oncologia si intende il periodo dopo il quale l'aspettativa di vita torna ad essere la stessa della popolazione generale. E stabilire il tempo necessario perché questo si verifichi è scientificamente arduo.

"Oggi dal cancro si può guarire e questo è un messaggio importantissimo", tiene a sottolineare Beretta. Ogni tipo di tumore, però, ha i suoi tempi: ci sono tumori per cui si può essere considerati guariti dopo due anni dalla diagnosi, e altri per cui sono necessari oltre 20 anni.

Tutto dipende dal tumore

"Parlando dei tumori al seno - spiega l'oncologo - ormai sappiamo bene che non sono tutti uguali. Nel caso dei carcinomi in situ, per esempio, si può essere considerati fuori dalla malattia già dopo due anni. Altri, come i tumori triplo-negativi o HER2-positivi sono molto aggressivi, per cui la probabilità che la malattia torni è alta, ma solo entro i primi 5 anni dalla diagnosi: dopo questo periodo, il rischio crolla. Poi ci sono i tumori ormono-sensibili, i più frequenti: in questi casi è vero che un rischio residuo di recidiva permane per molti anni, ma è anche vero che solo una percentuale piccola di donne si riammalerà. Bisogna però valutare caso per caso, tenendo presente lo stato della malattia attuale e non una eventuale malattia del futuro".

Cancro e adozioni: cosa c'è da cambiare

In Italia ci sono circa 3,6 milioni di persone che hanno avuto in passato una diagnosi di tumore: di questi circa 900mila sono considerati clinicamente guariti e per loro non ci dovrebbe essere alcuna forma di discriminazione. Per quanto riguarda gli altri, come detto, siamo in una grande zona grigia, in cui si trovano anche i pazienti cronici. Uno degli obiettivi delle associazioni di pazienti e medici è fare in modo che anche loro possano vedere riconosciuto il diritto di adottare dei bambini.

A cosa serve una legge sul diritto all'oblio

La legge sul diritto all'oblio che si vuole proporre, per la quale la Fondazione Aiom ha lanciato una raccolta firme, riguarda prima di tutto il mondo finanziario e delle assicurazioni: mira a stabilire un limite, uguale per tutti, dopo il quale nessuno abbia più il diritto di chiedere conto a una persona del proprio 'passato oncologico'.

"Il primo obiettivo della legge, per ora, è dare una tempistica certa - dice Beretta - . Vogliamo fissare questo limite sulla base di quanto avviene anche in altri paesi europei: a 5 anni dalla fine dei trattamenti per gli ex pazienti pediatrici e a 10 anni per gli ex pazienti adulti. Messa questa prima pietra miliare, faremo un passo successivo, specificando tempi di guarigione inferiori nei casi in cui ci siano le condizioni, per poter garantire ulteriori diritti, come quello per le adozioni".

Qual è l'iter per l'adozione, oggi?

Come spiegato sul libretto di Aimac "Madre dopo il cancro e preservazione della fertilità", dove un capitolo è stato dedicato proprio all'adozione, la procedura per ottenere l'idoneità è comunque lunga e complessa. La domanda deve essere presentata al Tribunale per i Minorenni tramite avvocato. Da quel momento comincia la fase delle indagini necessarie per accertare i requisiti: lo stato di salute dei coniugi, l'ambiente familiare, le ragioni per cui desiderano adottare. Al termine, il Tribunale per i Minorenni competente riceverà la relazione psico-sociale conclusiva. "L'istruttoria - conclude Iannelli - può richiedere molto tempo, con una valutazione approfondita degli aspetti medici e psicologici, ma il modo in cui la famiglia ha affrontato la malattia potrebbe rappresentare persino un vantaggio agli occhi del magistrato che sarà chiamato a stabilire l'idoneità".