L'archistar / Bologna

Con la firma di Renzo Piano un Hospice pediatrico per "sollevare" dal dolore

 Il celebre architetto progetterà la struttura che sarà pronta nel 2022: i cantieri già avviati accanto all’ospedale Bellaria
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Lo ha immaginato come un casa sugli alberi, che rimanda ai sogni e ai giochi dei bambini. L’archistar Renzo Piano è stato chiamato per progettare il primo Hospice pediatrico in Emilia-Romagna: sarà pronto nel 2022, i cantieri sono avviati accanto all’ospedale Bellaria, a Bologna.


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L’idea progettuale è quella di un edificio sollevato dal terreno e non a caso: “sollevare” ha la stessa radice della parola “sollievo”, ovvero togliere peso al dolore. In fondo, spiega la Fondazione Hospice Maria Teresa Chiantore Seràgnoli Onlus, che lo promuove e lo sostiene, è "proprio questa la ragione e la forza di umana pietas che sta dentro l’idea di un hospice: alleviare il dolore di chi vi abita".

Dai bambini agli adulti colpiti da malattie inguaribili, ma non incurabili, la Rete degli hospice in regione è cresciuta a partire da una visione. Isabella Seràgnoli, l’imprenditrice filantropa, e Cesare Maltoni, l’oncologo scomparso di fama internazionale, immaginarono queste strutture sanitarie già nel 1990. Ora sono 20, da Piacenza al mare — in Romagna si trovano a Faenza, Ravenna, Lugo, Dovadola, Forlimpopoli, Cesena, Rimini — offrono 293 posti letto, 58 solo a Bologna all’Hospice Bentivoglio, aperto nel 2002, di Casalecchio e al Bellaria. Sono le strutture della Fondazione Hospice Chiantore Seràgnoli, un’organizzazione senza fini di lucro che opera con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e alleviare la sofferenza dei pazienti con malattie inguaribili: dal 2002 al 2019 sono stati 14.760 i pazienti ricoverati, per quasi 268mila giornate di degenza erogate, 4.957 visite, consulti e controlli negli ambulatori di cure palliative. Un sistema che integra efficacemente pubblico e privato sociale accreditato e che pone l’Emilia-Romagna «più avanti delle altre regioni rispetto alle reti di cure palliative».

 

Che significa un lavoro in rete che coordina attività in Hospice, domiciliare, ambulatoriale e consulenze negli ospedali. "La regione crede molto nelle cure palliative,e a Bologna la collaborazione con il privato sociale, con la Fondazione Seràgnoli e Ant, ha portato a risultati straordinari" racconta Danila Valenti, direttrice del Dipartimento dell’Integrazione e dell’Unità operativa Rete delle Cure Palliative dell’Ausl di Bologna, consigliera italiana nel direttivo dell’European Associations for Palliative Care. Ma cosa s’intende quando si parla di queste cure?

"Il termine deriva dal latino pallium, il mantello che protegge le persone nel viaggio della malattia. Significa curare la persona nella sua interezza, garantire qualità della vita nella malattia grave concentrandosi sulle cose utili, non solo cioè sulla gestione del dolore e dei disturbi, ma sugli aspetti psicologici, esistenziali e sociali che coinvolgono chi si ammala e i suoi familiari".

Danila Valenti è cresciuta alla scuola del professor Maltoni, ricorda come "fino a 20 anni fa l’umanizzazione della medicina era stata dimenticata". Le cure palliative hanno ribaltato il paradigma. "Prendiamo in carico le persone all’inizio della malattia, in ambulatorio con le cure palliative precoci, appena la malattia diventa metastatica con un approccio globale — spiega — quando una malattia importante entra in una famiglia coinvolge e sconvolge tutti, è uno tsunami. All’inizio ci sono persone che nemmeno vogliono che venga controllato il dolore con una terapia, perché sarebbe come riconoscere che la malattia c’è. Ecco perché, se vogliamo aiutare quella persona, la terapia del dolore da sola non basta: dobbiamo aiutarla ad accettare la malattia e quel dolore che dobbiamo sconfiggere".