Test genomici per il cancro al seno, ancora un centro su 4 non può prescriverli

Test genomici per il cancro al seno, ancora un centro su 4 non può prescriverli
Solo la metà degli ospedali, inoltre, ha stabilito regole certe per il rimborso di queste analisi molecolari, che possono evitare la chemioterapia quando non necessaria. I dati dell'indagine di Senonetwork Onlus
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Negli ultimi tre mesi del 2021, ben quattro centri di senologia su 10 non sono riusciti a effettuare i test genomici, in grado di evitare chemioterapie inappropriate nelle donne con tumore al seno iniziale, perché ne erano privi. E ancora oggi un centro su 4 non ha la possibilità di prescrivere tali test gratuitamente per le pazienti che ne beneficerebbero. Questo, nonostante già a luglio dello scorso anno sia stato sbloccato il fondo da 20 milioni dedicato proprio all'applicazione gratuita di queste analisi molecolari in maniera uniforme su tutto il territorio. Il motivo? La lunghezza degli iter burocratici a livello regionale, che non ovunque hanno seguito tempestivamente la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto attuativo ministeriale.

Anche alcune delle regioni che hanno emanato apposite delibere non stanno utilizzando le risorse in attesa della conclusione dei bandi di gara. Difficoltà logistiche e lungaggini che stanno danneggiando le pazienti, che ricevono chemioterapia anche quando non necessaria. Si aggiunga, inoltre, che meno della metà (48%) degli ospedali in cui si trova un centro di senologia ha organizzato un iter di rimborso dei test genomici con regole precise.

Inserire i test genomici nei Lea

Come sbloccare la situazione e garantire le stesse opportunità a tutte le donne con cancro al seno che potrebbero essere candidate al test? Per l'88% dei centri di senologia dell'indagine, la soluzione è inserire queste analisi nei Livelli Essenziali di Assistenza: un provvedimento considerato una priorità. I dati emergono dal sondaggio realizzato da Senonetwork Onlus (la rete delle Breast Unit), a cui hanno risposto 102 centri, presentato al webinar 'Test genomici in Italia a che punto siamo?'.

"L'obiettivo dell'indagine - spiega Lucio Fortunato, Membro del Consiglio Direttivo di Senonetwork e Direttore della Breast Unit dell'Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma - era scattare una fotografia sulla disponibilità dei test genomici nei Centri di Senologia, sul loro effettivo utilizzo e sulle modalità di rimborso. Nel 73% dei Centri di Senologia è stato implementato in qualche modo l'utilizzo dei test genomici dopo il Decreto attuativo ministeriale. Resta però ancora un quarto delle strutture fuori da questo processo. Inoltre vi è una eccessiva eterogeneità dei test, riconducibile ai diversi bandi di gara nelle varie Regioni. Dovrebbero, invece, essere organizzati in base a criteri di evidenza scientifica, permettendo la prescrivibilità dei test con alto livello di validazione".

La situazione in Italia

L'Italia si è adeguata solo lo scorso anno all'utilizzo di queste analisi molecolari, consolidate nel resto d'Europa da almeno un decennio, e ed è in forte ritardo rispetto alle pratiche adottate in altri Paesi europei, come Germania, Regno Unito, Spagna e Grecia, e alle indicazioni contenute nelle più importanti linee guida delle società scientifiche.

Sempre in base ai risultati del sondaggio, soltanto il 30% dei Centri di Senologia ha a disposizione i test genomici da più di 1 anno, il 65% da meno di 6 mesi. "Nonostante il ritardo accumulato, anche in Italia si sta sviluppando fra i clinici la consapevolezza dell'importanza di queste analisi", aggiunge Rossana Berardi, membro del Direttivo Nazionale dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), Ordinario di Oncologia Medica presso l'Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona: "Dall'indagine emerge infatti che nell'89% dei Centri si è consolidata la mentalità di utilizzare i test genomici nella programmazione terapeutica post-chirurgica".

Per chi sono i test genomici

La maggioranza dei casi di tumore della mammella è di tipo luminale, cioè esprime i recettori estrogenici e non la proteina HER2. Dopo la chirurgia, il trattamento sistemico prevede l'utilizzo della terapia ormonale nei casi considerati a basso rischio oppure l'aggiunta della chemioterapia adiuvante alla terapia ormonale, in presenza di un rischio elevato. Nella malattia luminale a rischio 'intermedio', vi è spesso incertezza sulla terapia più adeguata. Da qui l'importanza dei test genomici, che permettono ai medici di identificare con maggiore precisione le pazienti che possono beneficiare della chemioterapia dopo l'intervento.

La prescrizione è responsabilità dei team multidisciplinari, come ribadito dal 91% dei Centri. "Il 41% dei responsabili dei Centri è parzialmente soddisfatto dell'applicazione e implementazione del Decreto nelle singole Regioni, il 38% lo è completamente, e il 20% poco o per nulla", sottolinea Fortunato.

La voce delle pazienti

"La riduzione del ricorso alla chemioterapia comporta significativi risparmi economici, oltre che una buona qualità della vita", conclude Rosanna D'Antona, Presidente di Europa Donna Italia: "La persistente situazione di disparità nell'accesso ai test non è accettabile. Chiediamo che la Commissione LEA assuma una decisione quanto prima, in favore delle migliaia di donne che potrebbero evitare questo trattamento così invasivo. Insieme alle 170 Associazioni che fanno parte della nostra rete, continuiamo l'azione di monitoraggio e sollecito affinché a tutte le pazienti italiane, che ne possono usufruire, sia finalmente assicurata questa possibilità di evitare cure aggressive e invalidanti".

Crediti per l'immagine: National Cancer Institute