Campania, dove il cancro al polmone colpisce di più

E’ la regione con l’incidenza più alta, con oltre 4 mila casi l’anno. L’emergenza Covid non ferma le cure
2 minuti di lettura
Pur in piena emergenza Covid, la Campania continua a garantire le cure per i pazienti con tumore del polmone. La regione è quella con la più alta incidenza di questa neoplasia, con 112 casi ogni 100mila abitanti, ben oltre la Liguria (106,9) e il Piemonte (101,6), che occupano la seconda e la terza posizione. In numeri assoluti, sono circa 4.100 le nuove diagnosi attese quest’anno e riguardano in modo preminente gli uomini, con un rapporto di 3 a 1 (3.000 uomini e 1.100 donne). Come è noto, il fumo di sigaretta è il principale fattore di rischio e infatti è molto diffuso in Campania, dove il 26,5% della popolazione è tabagista (la media in Italia è del 25,3%).
 

Posti letto e cure garantite, e controlli in telemedicina

“Per tutti i pazienti, è fondamentale garantire l’aderenza alle terapie, rassicurando i malati sull’esistenza di percorsi separati e sicuri all’interno degli ospedali”, dice Cesare Gridelli, Direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda Ospedaliera ‘Moscati’ di Avellino,: Le Oncologie della Campania, a oggi, non hanno subìto restrizioni di posti letto a causa della pandemia da Covid-19 - rassicura - Oncologia, Ematologia e Radioterapia hanno proseguito l’attività, così come non sono stati interrotti i ricoveri e gli interventi chirurgici oncologici. Non abbiamo osservato riduzioni negli accessi in ospedale da parte di pazienti con cancro in trattamento attivo, che hanno continuato a venire nei centri per le cure. Vi è stato invece un calo dell’attività ambulatoriale in presenza relativamente al follow up, cioè ai controlli dei pazienti non più in trattamento attivo, perché è stata condotta in gran parte con modalità telematiche, cioè via mail o telefono”. Una scelta dettata dall’esigenza di ridurre gli accessi in ospedale e di rispondere al timore di alcuni pazienti di recarsi nei centri per gli esami di controllo a causa del virus.
 

Quando il tumore è localmente avanzato: l’importanza della radioterapia

L’85% delle diagnosi di tumore del polmone riguarda la forma non a piccole cellule, la più frequente. Un terzo di questi pazienti riceve una diagnosi di malattia in stadio localmente avanzato (stadio III), per un totale di circa 1.150 casi in Campania ogni anno. “La radioterapia è una componente decisiva nella cura dei tumori”, spiega Cesare Guida, Direttore di Radioterapia presso l’Ospedale del Mare di Napoli: “Le combinazioni terapeutiche utilizzate nel carcinoma polmonare localmente avanzato sono la chemioterapia somministrata insieme alla radioterapia (chemio-radioterapia concomitante) e la chemioterapia che precede la chirurgia (quando fattibile) o la radioterapia (chemio-radioterapia sequenziale)”.
 

Il ruolo dell’immunoterapia

A queste terapie si è aggiunta di recente anche l’immunoterapia: “Il tumore del polmone è una patologia complessa, ma oggi, grazie all’immuno-oncologia, lo scenario delle opzioni terapeutiche sta cambiando – sottolinea infatti Gridelli: “Questo approccio, in particolare nello stadio III localmente avanzato non operabile, può migliorare il controllo della malattia con una sopravvivenza a lungo termine. I farmaci immuno-oncologici sono utilizzati in aggiunta ai trattamenti disponibili come la chemio-radioterapia standard. Il percorso terapeutico di questi pazienti prevede numerose visite al centro specializzato, prima per i cicli di chemio-radioterapia poi per l’immunoterapia di mantenimento. Nei pazienti già sottoposti a chemioterapia e radioterapia – chiarisce Gridelli - un tempo il trattamento si riteneva concluso ed erano possibili solo un monitoraggio e una valutazione ogni 3-4 mesi, per verificare lo stato della malattia ed eventuali sviluppi o recidive. I trattamenti immuno-oncologici, come durvalumab, si inseriscono proprio in questo arco di tempo. Durvalumab è la prima immunoterapia a dimostrare un beneficio significativo di sopravvivenza globale in questo stadio, con il 57% dei pazienti vivi a 3 anni e una riduzione del rischio di morte del 31%”. E’ quindi evidente che il percorso terapeutico del paziente debba essere sempre coordinato da un gruppo multidisciplinare di esperti, composto da chirurgo, oncologo e radioterapista per valutare, caso per caso, il miglior approccio di cura. “Anche durante la pandemia - conclude Gridelli - abbiamo finora garantito la continuità di cura a tutti i malati”.