I polmoni nel mirino

Tutte le malattie polmonari, non solo quelle oncologiche, beneficeranno presto dei progressi della medicina personalizzata. Grazie alla ricerca che ha rinvigorito lo studio dei meccanismi alla base delle patologie, racconta Venerino Poletti, presidente dell'Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri

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C'era una volta la vecchia pneumologia. C'è oggi un nuovo modo di intendere la disciplina che abbraccia l'idea di una medicina sempre più personalizzata, di un approccio di cura basato direttamente sui meccanismi patogenetici alla base della malattie. E se all'interno della branca stessa per alcune patologie di passi avanti ne sono stati già fatti tanti – basti pensare alle terapie contro il cancro del polmone – in altri il cambio di paradigma deve ancora avvenire. Ma c'è chi, come Venerino Poletti, presidente dell'Associazione Italiana Pnuemologi Ospedalieri (Aipo), scommette che anche per le patologie non tumorali ci stiamo avvicinando a questa rivoluzione. E in buona parte, spiega, perché anche la visione della ricerca, clinica e di base, è cambiata.

“Nel nostro campo, come in altri, l'introduzione degli studi clinici randomizzati in doppio cieco ha cambiato completamente l'approccio alla ricerca, imponendo una definizione chiara dei quadri clinici, una selezione precisa dei pazienti e ancora un'individuazione dei confini in cui inserire malattia e malati”. In sostanza è stata l'applicazione dei criteri dell'Evidence-Based Medicine (EBM) la vera rivoluzione: “Un aspetto non scontato: guardando al passato, infatti, molto spesso nel nostro campo a contare erano le valutazioni fatte da esperti, che hanno anche portato a considerare a volte utili dei farmaci che poi si sono rivelati dannosi una volta valutati secondo l'approccio dell'Evidence-Based Medicine”. Questo metodo, per esempio, ha cambiato molto la faccia agli studi nel campo delle pneumopatie infiltrative diffuse, ricorda il presidente.

Questo, va avanti Poletti, ha innescato a sua volta anche una rivoluzione nella rivoluzione, con la ripresa degli studi anche nella ricerca di base, indirizzata, anche grazie all'arrivo di nuove tecniche –  di imaging, di genetica e biologica molecolare – alla comprensione dei meccanismi alla base delle patologie. “Come accaduto nel caso della fibrosi polmonare idiopatica: la ripresa degli studi di base negli ultimi anni ha stravolto il modo di guardare alla patologia, creduta fino a tempo fa a base infiammatoria, mentre oggi sappiamo che entrano in campo altri meccanismi, quali per esempio quelli che hanno a che fare con la senescenza delle cellule alveolari”. L'individuazione dei meccanismi che si nascondono dietro una patologia diventa la chiave di volta per l'identificazione di nuovi approcci terapeutici, mirati.

Che la ricerca, proprio nel campo della fibrosi polmonare idiopatica sia così viva, lo dimostra tra gli altri la pubblicazione nei giorni scorsi di due studi che aprono le porte a nuove strategie di cura. Un team di ricercatori della University of Michigan, per esempio, racconta sul Journal of Clinical Investigation che bloccando selettivamente un gene negli animali è possibile alterare il processo che porta alla formazione del tessuto fibroso nella malattia. Mentre dal Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma è arrivata, con la pubblicazione di uno studio su Jama, la notizia dei risultati incoraggianti di un trattamento sperimentale contro la fibrosi polmonare idiopatica di fase II.

Studi che non mancano in Italia, ricorda Poletti, commentando la diffusione delle sperimentazioni cliniche nel nostro paese. “Le fasi più avanzate, quelle di fase III, sono le più diffuse, ma non mancano anche ricerche di fase II e diverse strutture cliniche si sono dotate o si stanno dotando delle infrastrutture per portare avanti studi di fase I”.