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Sconfiggeremo l’influenza con i vaccini a mRna?

L'antinfluenzale "universale" potrebbe essere più vicino che mai. La medicina sta cercando di mettere a punto formulazioni che sfruttino l'mRna messaggero, proprio come l'antidoto anticovid
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Ogni anno il vaccino antinfluenzale evita in tutto il mondo milioni di contagi, centinaia di migliaia di ospedalizzazioni e alcune migliaia di vittime per le complicazioni del virus stagionale. Dati recenti precisi esistono solo per gli Stati Uniti, dove la vaccinazione nella stagione 2019-2020 ha evitato 7.5 milioni di casi, 105 mila ospedalizzazioni e 6.300 vittime.

L'antidoto contro l'influenza, insomma, funziona e salva vite, ma come noto deve essere aggiornato costantemente. Ogni anno, infatti, i ceppi di virus che infettano l'essere umano - influenza A e B - si trasformano in modo da eludere almeno in parte il vaccino e il nostro sistema immunitario. Ciò diminuisce l'efficacia della vaccinazione, che comunque rimane un potente mezzo di difesa, specie per soggetti fragili. Una nuova speranza per sviluppare un vaccino contro l'influenza che sia in grado di combattere varianti diverse anno dopo anno arriva da un importante studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences da un team internazionale di esperti.

I ricercatori hanno sviluppato un farmaco che sfrutta la tecnologia a mRna messaggero impiegata oggi dai vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna per SARS-CoV-2 e che bersaglia quattro proteine virali in particolare, che tendono a rimanere le stesse anche tra ceppi diversi. Una tecnologia, si legge nello studio, che ci potrebbe garantire in un futuro prossimo vaccini potenzialmente più efficaci in grado di ridurre la diffusione e gli esiti gravi di una malattia che ogni stagione miete dalle 290 alle 650 mila vittime nel mondo, secondo le più recenti stime dell'Oms.

La lunga strada per l'antinfluenzale senza aggiornamenti

Gli sforzi per elaborare un vaccino che non necessiti di aggiornamenti contro l'influenza stagionale si ripetono senza risultati dal 1933, quando tre ricercatori del Medical Research Council in Regno Unito scoprirono che il vero responsabile della terribile Spagnola del 1918 fosse un virus e non un batterio, come fino a quel momento si ipotizzava.

Furono proprio gli oltre 50 milioni di morti della Grande influenza a dare la spinta alla ricerca scientifica, che portò nel 1945 alla prima formulazione brevettata di un vaccino contro l'influenza. Da allora, l'antinfluenzale viene aggiornato con cadenza annuale per "inseguire" le varianti che emergono, basandosi sui ceppi isolati nei Paesi dell'emisfero sud, come l'Australia, dove la stagione virale arriva prima e va da aprile a ottobre.

L'Oms, coadiuvata da tutte le più importanti istituzioni sanitarie globali, elabora poi modelli previsionali su quali saranno i virus influenzali che circoleranno di più. Ma non sempre le stime sono abbastanza accurate, visto che vanno fatte con mesi di anticipo per garantire i tempi di sviluppo e consegna dei vaccini in tutto il mondo. E così accade che al variare della severità e della presenza di varianti più o meno contagiose, l'efficacia dell'odierno antinfluenzale possa variare di anno in anno dal 60 al 10%.

Il lavoro congiunto tra Università della Pennsylvania, Icahn School of Medicine di New York e altri centri di ricerca mira proprio a creare un vaccino in grado di combattere vari ceppi dell'influenza bersagliandone alcuni antigeni specifici, a prescindere dalle varianti che emergono. Un metodo molto diverso dal modo in cui li sviluppiamo oggi, che è quello di far crescere e replicare il virus in laboratorio per poi inattivarlo in modo che l'organismo impari a riconoscerlo, ma senza il rischio di ammalarsi.

"L'obiettivo - spiega Florian Krammer, virologo alla Icahn School of Medicine e coautore dell'analisi - è sfruttare determinate proteine virali che non cambiano e rimangono sostanzialmente le stesse a prescindere dal ceppo di influenza che si sta diffondendo".

La "novità" dell'mRna messaggero

La tecnologia che sfrutta l'mRna non è nuova, ma abbiamo imparato a conoscerla bene solo con l'avvento dei vaccini che ci hanno permesso di placare una pandemia da cui sembrava non esserci via di uscita. Ma come funziona? In poche parole, si impiega una porzione di codice genetico per fornire informazioni sul virus all'organismo, che a sua volta produce proteine virali riconosciute poi come estranee dal sistema immunitario. Così si producono anticorpi e cellule della memoria, rendendo il corpo preparato a combattere il virus una volta che verrà a contatto. La molecola di mRna non è in grado di alterare in alcun modo il Dna umano e la sua naturale instabilità fa sì che venga eliminata entro due giorni dalla somministrazione.

La nuova speranza arriva dai trial preclinici

Il gruppo di virologi e microbiologi guidato dal professor Norbert Pardi, tra i più attivi e influenti esperti al mondo in questo campo, ha creato un "cocktail" a base di mRna includendo nel materiale genetico la neuraminidasi, la nucleoproteina, la proteina matrix-2 e l'emoagglutina, tutte molecole responsabili dell'adesione dei virus alle cellule che infettano.

Il nuovo farmaco è stato poi somministrato in varie combinazioni a un gruppo di topolini messi in contatto con diversi ceppi di influenza contagiosa per umani e animali. "I risultati sono davvero incoraggianti - notano gli autori - e ci fanno pensare che questa piattaforma possa essere presto usata per combattere la diffusione di varie classi di virus dell'influenza".

I test sanguigni condotti sui gruppi di topolini, infatti, hanno mostrato elevati livelli di anticorpi per tutte le formulazioni del vaccino, da quella con un solo segmento di mRna, a quella con tutte e quattro le proteine considerate. "La protezione completa si è avuta per il gruppo a cui è stata somministrata la dose quadrivalente - si legge nelle conclusioni - mentre sono stati registrati livelli elevati di linfociti T citotossici perfino nel monovalente".

Questo aspetto è particolarmente interessante, perché sappiamo ormai con certezza quanto siano importanti per un buon decorso della malattia influenzale i cosiddetti T-killer: leucociti programmati per attaccare batteri, cellule che ospitano virus e tessuti estranei all'organismo. "I risultati migliori li abbiamo avuti però nel gruppo del quadrivalente, con un coinvolgimento delle cellule T contro la nucleoproteina, una significativa produzione di anticorpi e una forte risposta inibitoria contro la neuraminidasi", prosegue Krammer.

Potrebbero volerci ancora alcuni anni prima che un vaccino universale contro l'influenza sviluppato con la tecnologia a mRna messaggero veda la luce. A quel punto serviranno trial clinici per valutarne sicurezza ed efficacia e poi un lungo processo di approvazione da parte delle più importanti agenzie regolatorie mondiali. Nell'attesa, si può decidere di dare fiducia a vaccini che sono già stati sottoposti a questi procedimenti: la vaccinazione contro l'influenza in Italia è cominciata a ottobre ed è raccomandata dal ministero della Salute e da Aifa.