Ringiovanire la pelle di 30 anni, senza danneggiare le cellule

Ringiovanire la pelle di 30 anni, senza danneggiare le cellule
La sperimentazione di un team di studiosi inglesi: l'epidermide più giovane, ma senza interferire con il suo corretto funzionamento
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Una pelle giovane per sempre, come nella storia di Dorian Gray. Spostare indietro l'orologio biologico delle cellule, riportandole indietro nel tempo, ma senza snaturarle completamente. C'è riuscito, un gruppo di ricercatori inglesi del Babraham Institute presso l'Università di Cambridge, su cellule dell'epidermide, grazie a un nuovo metodo. Una tecnica che si basa sugli studi che hanno dato il premio Nobel allo scienziato giapponese Shinya Yamanaka.

Il team di Cambridge ha ottenuto un due risultati: da un lato ha ringiovanito le cellule, trasformandole in particolari cellule staminali, e allo stesso tempo è riuscito a conservare la loro funzionalità, senza intaccare completamente la loro identità - come invece avviene generalmente. I risultati, anche se promettenti, sono ancora in uno stadio molto iniziale. L'ipotesi degli scienziati è che in futuro il nuovo metodo, descritto nel dettaglio sulla rivista eLife, possa servire per studiare nuove strategie terapeutiche contro malattie legate all'invecchiamento.

Tornare indietro nel tempo

Nel 2006, Yamanaka ha raccolto delle cellule adulte di topo e, inserendovi una manciata di geni, le ha fatte tornare - o meglio trasformate - in staminali che somigliano alle cellule di un embrione.

Nel 2007,  ha completato l'esperimento con successo: le cellule sono state portate indietro nel tempo e riprogrammate per diventare "pluripotenti". Dunque, sono in grado di diventare "altro", dato che possono tutti i tessuti dell'organismo cui appartengono - con varie potenzialità nell'ambito della medicina rigenerativa, ad oggi in corso di studio (con già alcuni risultati favorevoli).

L'are adi studio in cui lavorano oggi gli scienziati inglesi è questa. Il loro nuovo metodo, però, si ferma un po' prima: intende sì far tornare giovani le cellule, ma contemporaneamente non vuole eliminare completamente le caratteristiche alla base della loro funzionamento, che fanno sì che quelle siano proprio cellule della pelle e non altro. Per ottenere questo risultato, gli scienziati hanno bloccato una parte del processo di riprogrammazione delle cellule, sviluppato da Yamanaka. È un po' come se prendessimo una persona anziana e la facessimo viaggiare indietro nel tempo, ma non troppo, in modo da riportarla a un momento della sua vita in cui la sua personalità era già abbastanza definita.

Cellule più giovani di 30 anni

Il team ha provato di essere riuscito nell'obiettivo effettuando complessi test, basati su analisi specifiche dell'Rna e esaminando alcuni marcatori chimici dell'orologio epigenetico. Questi marcatori sono come firme fisiologiche che forniscono prove "anagrafiche" dell'età delle cellule. Le misure svelano che le cellule sono state ringiovanite di ben 30 anni e che hanno riacquisito alcune loro caratteristiche distintive. Il prodotto ottenuto è composto infatti da fibroblasti, cellule dei tessuti connettivi presenti per esempio nel derma, lo strato intermedio della pelle.

Nuovi orizzonti terapeutici

Le potenziali applicazioni riguardano dunque non solo il ringiovanimento dei tessuti ma anche il mantenimento della loro specifica funzionalità. In generale i fibroblasti producono collagene, una molecola che si trova nelle ossa, nella pelle e nei legamenti, e che aiuta a rigenerare i tessuti e riparare le ferite. Gli autori hanno dimostrato che i fibroblasti ringiovaniti sono anche più efficienti, pertanto potrebbero esserlo anche nel compiere queste operazioni.

Ma non è tutto: dalle analisi genetiche, i ricercatori si sono accorti che il loro metodo ha qualche effetto anche su alcuni geni legati a malattie dell'invecchiamento. Per esempio, hanno osservato qualche cambiamento nel gene APBA2, associato anche all'Alzheimer, e nel MAF, coinvolto nella cataratta. Questi dati sono promettenti, ma ancora i meccanismi dietro al nuovo metodo di riprogrammazione sono ancora da chiarire. Sarà necessario del tempo, forse anche molto, ma a detta degli autori la nuova strada di ricerca potrebbe aprire un "sorprendente orizzonte terapeutico".