Mangiare pesce fa bene, ma privilegiamo le specie di piccola taglia

Considerato un alimento prezioso, può nascondere insidie come una percentuale di mercurio. Una ricerca condotta negli Stati Uniti su 17mila persone ha escluso che un normale consumo di pesce possa essere un rischio per la salute
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Mangiare pesce fa bene al cuore? Sì. Il potenziale mercurio contenuto nelle varietà ittiche può fare male al cuore e alla salute in generale? Secondo uno studio appena pubblicato su Jama Network Open, no. Nonostante il consumo di pesce e frutti di mare sia considerato positivo per il contenuto di acidi grassi omega 3, alcune persone preferiscono limitarne il consumo per paura di contaminarsi con il mercurio.

Per fare chiarezza sul tema, i ricercatori hanno condotto uno studio su oltre 17 mila adulti statunitensi stimando il diverso rischio di mortalità (per tutte le cause e per eventi cardiovascolari) tra persone che in genere non consumavano pesce e chi ne portava in tavola una media di 30 grammi al giorno, corrispondente a due porzioni alla settimana. Secondo i risultati, un aumento nel consumo di specie ittiche non è associato in modo significativo al rischio di decesso. Allo stesso modo, non lo è il livello di mercurio nel sangue.

"Non esiste uno studio dirimente sulla questione e anche questo ha qualche limite" commenta Roberto Volpe, medico ricercatore in nutrizione e cardiologia preventiva del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma. "Prima di tutto, gli esperti hanno calcolato i livelli di mercurio nel sangue solo una volta, che potrebbe aver contribuito a non tracciare un'associazione con la mortalità. Inoltre, non ci sono osservazioni sulla salute mentale, eppure il mercurio è soprattutto neurotossico. L'associazione nulla tra i livelli di mercurio e i decessi per motivi cardiovascolari, infine, potrebbe dipendere dall'influenza degli acidi grassi omega 3, EPA e DHA, che hanno una funzione protettiva nei confronti del cuore, e da quella del selenio, noto antiossidante, contenuti nel pesce".

Le linee guida consigliano di variare il più possibile le specie ittiche portate in tavola e ordinate al ristorante. L'indicazione si basa su motivazioni di sostenibilità ambientale, ma anche perché, quando si parla di mercurio e altri metalli pesanti, è fondamentale sapere che i pesci di grossa taglia, predatori o molto longevi, sono quelli da acquistare con meno frequenza. Almeno per un principio di precauzione.

"I grandi predatori e i pesci grossi, come, ad esempio, il pesce spada, il tonno rosso, la verdesca, il palombo, il luccio, il persico e la cernia accumulano nell'organismo discrete quantità di mercurio, quindi andrebbero consumati solo qualche volta al mese. I pesci di piccola taglia e a ciclo vitale breve, come quasi tutto il pesce azzurro, invece si possono consumare liberamente" consiglia Volpe. I suggerimenti dell'esperto valgono anche e soprattutto per le donne in gravidanza e allattamento. "Limitare i grandi predatori perché il mercurio può attraversare la placenta o finire nel latte materno; consumare pesci piccoli perché gli omega 3 sono fondamentali per lo sviluppo cerebrale e per la funzione visiva dei neonati".

In Italia, come in tutta Europa, la produzione e la distribuzione delle varietà ittiche sono sottoposte a rigida sorveglianza. "I controlli sono a campione. Si fanno seguendo un'analisi del rischio valutata da un comitato tecnico-scientifico internazionale che si basa su diversi fattori che riguardano sia i prodotti ittici che le abitudini alimentari e la tipologia dei consumatori" spiega Valentina Tepedino, medico veterinario responsabile della Società Scientifica di medicina Veterinaria Preventiva per i prodotti ittici. Sul mercurio, proprio come è accaduto per il rischio Anisakis, è necessario sensibilizzare sia chi acquista sia chi vende il pesce, senza scoraggiarne il consumo.

"In Canada e in nord Europa già si fa: quando in pescheria un cliente chiede un tonno, uno spada o comunque pesci predatori e di grossa taglia, il venditore gli chiede se ha già mangiato lo stesso pesce quella settimana e nel caso gli consiglia specie diverse. La comunicazione con il consumatore - conclude Tepedino - deve essere puntuale e non allarmistica. Non si può rischiare che le persone riducano il consumo di un prodotto che alla salute fa benissimo".