Schizofrenia, un film ne parla senza tabù

Un fratello e una sorella adulti si confrontano con una malattia mentale. Intervista all'attrice Claudia Pandolfi protagonista del film su Netflix, con Alessandro Preziosi: "Sullo schermo ho portato la storia di chi vive tutto questo ogni giorno"    
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"Non sapevo nulla della schizofrenia, potevo immaginare, ma non sapevo quanto possa essere complicata la vita di chi la vive in prima persona e della sua famiglia. Ecco, questo film mi ha fatto conoscere un mondo al quale mi sono avvicinata in punta di piedi, con rispetto, ascoltando le storie di chi la malattia la vive ogni giorno. E mi ha permesso di riflettere su quante volte ci preoccupiamo di piccole cose e di quali sono invece le cose grandi di cui preoccuparsi", il film di cui parla Claudia Pandolfi è Mio fratello, mia sorella, un dramma familiare diretto e scritto da Roberto Capucci con Paola Mammini, prodotto in collaborazione con Mediaset dalla Lotus Production per Netflix, dove è disponibile dall'8 ottobre, e che racconta le vicende di due fratelli, Tesla (Pandolfi) e Nik (Alessandro Preziosi) che si rivedono dopo vent'anni al funerale del padre e che sono obbligati, dal testamento del genitore defunto, a convivere sotto lo stesso tetto per un anno.

Claudia Pandolfi e Alessandro Preziosi, nel film Mio fratello, mia sorella 
In casa ci sono i figli di Tesla, Carolina (Ludovica Martino), che ha un rapporto conflittuale con la madre, e Sebastiano (Francesco Cavallo). Sebastiano, Seba, è un violoncellista, affetto da schizofrenia. È in terapia farmacologica, ma non assume farmaci come dovrebbe, vive isolato, ed è vittima di deliri: è in contatto costante con una voce immaginaria e convinto di essere stato prescelto per andare su Marte a esportare la musica. Tesla è una madre single, focalizzata su suo figlio

"Io devo solo proteggerlo da tutto e tutti", dice in una scena del film. E deve proteggerlo anche dal fratello Nik a cui in effetti Tesla tenta di nascondere la malattia del ragazzo. Ma sarà proprio Nik, 50enne scarsamente borghese, da 20 anni in Costa Rica dove si dedica al kite surf, a rompere l'isolamento nel quale si è sigillata la famiglia della sorella e Sebastiano.

Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità sono 24 milioni nel mondo e 245.000 in Italia le persone che soffrono di schizofrenia, una malattia che si manifesta in genere tra i 18 e i 28 anni, improvvisamente oppure preceduta da un periodo in cui il paziente si chiude in se stesso, e sembra sempre meno interessato a quello che lo circonda: amici e relazioni, lavoro, scuola.

"La schizofrenia è un disturbo a tratti ancora oscuro che ha tra le cause una vulnerabilità personale, in aggiunta a condizioni di stress psicologico-ambientale e anche all'uso precoce di sostanze. È una malattia circondata da pregiudizi e forte stigma, quasi ottocenteschi: il paziente schizofrenico viene considerato ancora oggi incontrollabile, pericoloso, una percezione che non ha a che vedere con la realtà", spiega Massimo Di Giannantonio, ordinario di Psichiatria alla facoltà di medicina dell'università D'Annunzio di Chieti e presidente Sip, la Società italiana di psichiatria che ha partecipato attivamente alla realizzazione del film Netflix, prestando la sua consulenza scientifica per la sceneggiatura e per il training degli attori. E si nota, la consulenza degli psichiatri: nelle scene si parla apertamente, con realismo e poca edulcorazione, di trattamenti farmacologici e soprattutto delle dinamiche familiari.

"La presenza di una persona con schizofrenia cambia profondamente la famiglia, che si ristruttura intorno al paziente e non sempre in maniera funzionale - dice Giovanni Martinotti, associato di psichiatria all'Università d'Annunzio di Chieti, coordinatore nazionale dei giovani psichiatri Sip e consulente per gli aspetti medico-psichiatrici del film - Mio fratello mia sorella  mostra il disagio di queste persone spesso in grande difficoltà, che hanno bisogno di aiuto e che andrebbero preparate e sostenute, la schizofrenia può disgregare l'organizzazione familiare".

"Per prepararmi a costruire il mio personaggio ho avuto l'opportunità, io e altri del cast accompagnati dagli psichiatri, di avvicinarmi a giovani pazienti e ai loro parenti - riprende Pandolfi, che è impegnata in Sicilia sul set di The bad guy, una serie Amazon prodotta da Indigo Film - non ho fatto domande, li ho ascoltati. E mi ha colpito quanta voglia avevano, di raccontare le loro storie, alcuni erano fiumi in piena, si coglieva chiaramente la voglia di uscire dalla gabbia di ignoranza che circonda il disturbo, la loro necessità di far passare non fantasie sulla schizofrenia, ma la realtà".

L'auto-sabotaggio della madre

"Tesla si infligge continui auto-sabotaggi - riprende l'attrice - non va in nessuna direzione: né professionale né sentimentale. È costantemente concentrata nel controllare tutto il controllabile per proteggere Seba. La figlia Carolina ha bisogno di lei, ma lei rimane focalizzata sul figlio e gli costruisce intorno una gabbia di isolamento. Finché non arriva il fratello che spezza le sbarre. Lo zio si muove su altre frequenze e per questo ci riesce. Come succede per tante situazioni complicate della vita: se ci stai troppo dentro non riesci a uscirne. Un elemento estraneo invece ce la può fare, può cambiare le cose".

Nik e l'empatia

"L'atteggiamento materno iperprotettivo è giustificabile, soprattutto nelle fasi iniziali del disturbo schizofrenico ma difficilmente alla lunga porta a risultati - riprende Martinotti - Lo zio da subito ha col nipote un rapporto molto diretto: empatico, fisico, emozionale, che paradossalmente è anche terapeutico. Seba si sente più a su agio con lui, e liberato dalle ansie della mamma. Oggi un paziente con schizofrenia con un approccio funzionale adeguato, se assume una regolare terapia farmacologica (e da 10-15 abbiamo farmaci  che hanno cambiato sostanzialmente  la storia della malattia) se è seguito da psichiatri, psicologi e inserito in trattamenti riabilitativi può funzionare abbastanza bene: può avere la sua vita relazionale, anche lavorativa, sebbene protetta, e controllare quasi totalmente i suoi sintomi. Una cinquantina di anni fa probabilmente poteva contare solo su strutture di accoglienza chiuse".

"Tutti noi del cast avevamo voglia di far passare un messaggio di verità, e abbiamo avuto la possibilità di essere aiutati dagli psichiatri che ci hanno seguito con un atteggiamento illuminato, illuminante e non didascalico. Il cinema deve e può permettersi di raccontare tutto: storie fantastiche, distopiche, fantascientifiche. Tutto. Ma qualche volta - conclude Pandolfi - certe storie vanno trattate con particolare rispetto. Le persone che vengono rappresentate dovrebbero sentirsi comprese, e percepire l'autenticità di quel racconto".