Gravidanza e maternità ai tempi di Covid: ansia e incertezza minacciano anche lo sviluppo del bambino

La fragilità delle donne in attesa o che hanno appena partorito, i dubbi e le insicurezze. "A volte ero grata a quel pancione, altre ne ero terrorizzata". I racconti delle neomamme e i possibili supporti
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La gravidanza è quel momento della vita in cui la fragilità si impasta con la forza, la paura con il coraggio e la disperazione con la speranza. Accade ogni volta, in ogni donna, benché in misura variabile e del tutto soggettiva. Eppure, da quando la pandemia ha scosso le nostre vite, i vissuti delle donne in attesa hanno un marcato tratto comune: una pervasiva sensazione di incertezza, preoccupazione e più in generale di stress. Le evidenze raccolte in questi mesi a livello internazionale riportano con maggior frequenza sintomi di ansia, depressione e disagio psicologico

"Con l'avvento della pandemia, le donne nel periodo perinatale (che va dal pre-concepimento fino ai 18 mesi di vita del bambino) sono diventate ancora più vulnerabili, poiché l'ipersensibilità tipica della gravidanza è stata, ed è ancora, esasperata dalla paura per un virus sconosciuto; dall'incertezza per i repentini mutamenti di scenario; e dal venir meno di una gran parte del supporto sociale e professionale", spiega Cecilia Gioia, psicoterapeuta esperta in perinatalità presso l'iGreco Ospedali Riuniti di Cosenza. Non ha giovato, poi, l'allontanamento del partner durante le visite di controllo e in occasione del parto, così come le iniziali preoccupazioni (ora quasi del tutto superate) circa l'efficacia e la sicurezza dei vaccini antiCOVID-19 in gravidanza e in allattamento.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista medica Journal of Affective Disorders  in alcune occasioni lo stress percepito è stato così intenso ed elevato da avere minato, intaccato, minacciato la costruzione di quel legame che, già prima del parto, unisce e lega una madre al suo bambino. Lo confermano i dati di una ricerca svolta tra il marzo e l'aprile 2020 su quasi 1200 donne partorienti dall'associazione di volontariato Mammachemamme in collaborazione con l'iGreco Ospedali Riuniti di Cosenza e con l'Università della Calabria.

"Dall'analisi delle esperienze raccolte - chiarisce Cecilia Gioia, presidente dell'associazione - è emerso inoltre che un difficile processo di attaccamento tra madre e figlio, se non adeguatamente supportato, potrebbe avere rilevanti ricadute anche nel periodo post natale, giacché la relazione instaurata durante la gestazione tra madre e feto influenza la qualità delle cure indirizzate al neonato".

Ripensando alla sua gravidanza, Myriaam K. racconta così: "Bastava una notizia captata alla radio, il messaggio di un'amica su whatsapp, la sirena di un'ambulanza che filtrava dalla finestra e puff, l'umore cadeva, a prescindere dalla gravità dei motivi. Oscillavo tra estasi e malumori. Un momento ero al settimo cielo perché avvertivo i calcetti del bambino, altre invece gli sussurravo: "ma proprio ora dovevi arrivare". Di quella maternità parmenidea, tutta piena di felicità e foriera di grandi soddisfazione non ne avvertivo l'esistenza. Ero terrorizzata dall'idea che accadesse qualcosa di brutto a me, a noi, a tutti".

In Elisabetta R., la paura si era cristallizzata in una forma feroce di distacco: "Concentrata sugli involucri, tormentata dalla possibilità che il virus si adagiasse sulle superfici dei vestiti, dei mobili, delle buste, della mia pelle, delle mie mani, trascuravo tutto ciò che accadeva al mio interno. Vivevo imprigionata in una capsula sterile. Solo lo specchio, che lentamente mi restituiva un'immagine diversa, mi ricordava che ero incinta. A volte odiavo quella pancia, altre le ero grata. Anche quando è nato mio figlio non ho saputo fare diversamente: quando piangeva non riuscivo a prenderlo subito in braccio, a sintonizzarmi con lui, per me era come un corpo estraneo e come tale andava sanificato. Quell'intimità mi terrorizzava".

L'impatto sullo sviluppo del bambino

Secondo stime recenti, anche prima della pandemia, le difficoltà emotive durante la maternità e la paternità erano piuttosto frequenti: fino al 20-25%. Si tratta però di stime al ribasso, perché non tengono conto di un disagio non dichiarato o non facilmente identificabile. Talvolta dietro, o forse insieme, al sentire collettivo tutto sfavillante e glitterato che accompagna le narrazioni sulle gravidanze, c'è un privato costellato di fatica e difficoltà (che resta nascosto nel pozzo nero delle emozioni inconfessabili) e che ancora fatichiamo a riconoscere.

Pochi gli aiuti offerti alle donne. Facendo i dovuti distinguo, durante la pandemia le problematicità sono state ancora più intense non solo per cause esterne (il virus), ma anche per il modo (talvolta frettoloso) con cui le donne sono state trattate: presi dalla necessità di arginare la pandemia e di contenere il contagio non sono state poi molte le occasioni e gli spazi per offrire supporto e sostegno alle neo mamme. Talvolta sono stati creati dei corsi online. Molto spesso, gli incontri di formazione sono saltati completamente.

E anche al momento del parto, si sono dimesse le mamme sempre più velocemente e tanti saluti. "Quando sono tornata a casa, il silenzio di quei giorni non era la voce della pace, ma un nemico, una belva che se non sfamavo veniva ad azzannarmi", racconta Liz, una donna di 28 anni. "Non sapevo cosa fare, né chi chiamare. Il consultorio vicino a casa era chiuso, gli ambulatori funzionavano a singhiozzi, le visite in ospedale centellinate".

Purtroppo, nella nostra società c'è un totale disconoscimento della fragilità psicologica connessa alla gravidanza. Ci si interroga sulla salute mentale di una madre solo quando avvengono gravi episodi di cronaca. Eppure la salute mentale dei genitori, specialmente della madre, è fondamentale poiché il livello di sviluppo emozionale, cognitivo e fisico del piccolino dipenderà per lo più (ma non in maniera esclusiva) dalla qualità affettiva delle cure ricevute e dal legame generato con le figure primarie. "Nel processo di costruzione del cervello (che avviene principalmente nei famosi mille giorni) i bisogni fisici non sono gli unici che devono essere soddisfatti", spiega Angela Costabile, professoressa di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione all'Università della Calabria.

"Fin dalla nascita il bambino ha bisogno di interagire con l'ambiente e le persone, di beneficiare di un contatto fisico frequente e un contatto oculare ravvicinato. Ecco perché la capacità di un madre di imbastire un attaccamento sicuro, di offrire cure responsive a neonati e bambini, sintonizzandosi su ciò che dicono e sui segnali che mandano (che siano espressioni facciali, pianto, altri suoni o movimenti) è essenziale: perché contribuisce allo sviluppo del piccolino".

L'importanza del supporto pre e post partum

Tuttavia, conclude Cecilia Gioia, "anche qualora il legame cominciasse con qualche difficoltà, ci sono diversi modo per recuperare la relazione, per sanare le ferite, accorciare le distanze, ricucire gli strappi. Perché questo avvenga è necessario che la madre riceva il necessario ed adeguato supporto fisico, emotivo e professionale, sia durante il periodo prenatale sia nel postpartum".

Molto prezioso risulta essere il rispetto della fisiologia del parto, la possibilità - nelle situazioni in cui il quadro clinico della madre e del bambino non lo impedisca- di rimanere insieme e praticare il contatto pelle-a-pelle, il rooming-in giorno e notte, e la Kangaroo mother care (KMC), così come gli incontri di supporto per l'allattamento e di sostegno in caso di baby blues o depressione.