Terza dose vaccino Covid, poche prove di un calo dell'immunità nel tempo

A sostenerlo un editoriale appena pubblicato sul British medical journal. La priorità è immunizzare chi non lo ha fatto
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Non ci sarebbero prove a sufficienza per parlare di un calo di immunità del vaccino contro il Covid nel tempo. A sostenerlo un editoriale appena pubblicato sul British medical journal (Bmj) e firmato da tre infettivologi, Jake Scott della School of Medicine della Stanford University, Aaron Richterman dell’università della Pennsylvania e il collega Muge Cevik della University of St Andrews.

La terza dose

L’impatto del Covid-19 nei paesi ad alto reddito con programmi vaccinali avanzati ha sollevato preoccupazioni sulla durata dell'efficacia del vaccino nei mesi. I timori sulla 'tenuta' troppo breve del vaccino nel tempo sono aumentati con l'arrivo della variante Delta, più trasmissibile delle precedenti. Così alcuni paesi, come l'Italia, hanno deciso di avviare una campagna di immunizzazione per una terza dose per le categorie di pazienti più fragili. Si è parlato anche di un richiamo per il resto della popolazione, ma tutto questo, come scrivono gli esperti sul Bmj, senza una chiara evidenza di un beneficio in questa direzione. Una politica che gli esperti reputano fuorviante.

 

Uno scudo contro la malattia grave

Già i primi studi in materia, scrivono ancora i ricercatori, hanno segnalato un'elevata efficacia dei vaccini contro Covid19. Oggi 1234 ricerche continuano a monitorare, giorno dopo giorno, il loro impatto, in diversi contesti e con il trascorrere dei mesi. Si è visto che i vaccini presenti sul mercato riducono la trasmissione del virus, in parte proteggendo dall'infezione sia sintomatica che asintomatica.

Secondo gli autori dell'articolo sul Bmj, gli studi suggeriscono un modesto calo della protezione contro l'infezione nel tempo. Ma c'è di più: agiscono da 'scudo' contro i casi più a rischio di coronavirus. Forniscono infatti alti livelli di protezione anche contro malattie sintomatiche e gravi.


L'obiettivo principale dei vaccini è infatti quello di proteggere dalle malattie gravi, più che dalle infezioni. Molte ricerche hanno riscontrato un'efficacia prolungata del vaccino contro il Covid-19 grave per la maggior parte degli adulti. L'ultimo è un ampio studio nel Regno Unito, in via di pubblicazione, ha messo in evidenza livelli molto elevati di protezione contro malattie gravi per più di cinque mesi dalla vaccinazione, soprattutto nei pazienti fragili.

Difficile misurare il calo di immunità

C'è un altro problema: quello dei parametri presi in esame nei diversi studi. Nell'editoriale del Bmj, si legge quanto sia difficile misurare la riduzione della protezione vaccinale. Le stime fatte in ricerche diverse e paesi diversi sono influenzate dalla diffusione del coronavirus, dal comportamento delle persone, dalle varianti e il loro confronto non è affidabile per determinare i cambiamenti nella protezione immunitaria nel tempo.



Ad esempio, mentre le infezioni tra gli operatori sanitari immunizzati a San Diego, in California, sono aumentate da giugno a luglio, questi cambiamenti potrebbero essere spiegati da una maggiore prevalenza nella comunità piuttosto che da un brusco declino dell'immunità.

I comportamenti

L'effetto del cambiamento di comportamento sull'efficacia nel tempo dell’immunizzazione è suggerito anche da uno studio statunitense che segnala un calo dell'efficacia con il passare dei mesi solo fra under 65. Inoltre, secondo gli infettivologi, date le differenze riportate nell'efficacia prolungata contro le malattie gravi è improbabile che gli anticorpi neutralizzanti siano l'unico parametro da valutare per stabilire la tenuta del vaccino.

Terza dose utile?

Ma ci sarebbe un altro punto a sfavore di un richiamo. Secondo i ricercatori, l'effetto a lungo termine della terza dose sulla riduzione delle infezioni, sulla trasmissione e sui ricoveri ospedalieri è ancora sconosciuto. Non è stato dimostrato infatti che aumenti la protezione a lungo termine contro malattie gravi per la maggior parte dei pazienti fragili. In uno studio israeliano si parla del beneficio associato a una terza dose del vaccino Pfizer-BioNTech, ma il periodo in cui è stato monitorato il gruppo con il terzo richiamo è stato di massimo 12 giorni. Troppo pochi per valutare l'efficacia a lungo termine. Qualsiasi potenziale beneficio di dosi aggiuntive - ricordano gli esperti sul Bmj - , in particolare contro la malattia sintomatica e grave, dovrebbe essere valutato su dati a lungo termine.

Vaccinare tutti

Diverso è invece il discorso per persone immunodepresse o molto anziane. Per loro è possibile valutare l'ipotesi di un terzo richiamo. Secondo gli autori dell'editoriale, la preoccupazione di un calo di immunità per il resto della popolazione nei paesi ad alto reddito distoglie l'attenzione sul problema più urgente: quello di immunizzare chi non lo ha fatto e inviare dosi nelle aree del mondo più povere. Un problema che peggiorerà le disuguaglianze vaccinali, prolungherà la pandemia e il suo impatto sulla salute pubblica e aumenterà il rischio di nuove varianti.

Infine , segnalano gli studiosi, le grandi ondate epidemiche che si stanno verificando per la prima volta durante l'era del vaccino mostrano la capacità di varianti più trasmissibili di sfidare il controllo del Covid-19 anche in paesi con un'elevata copertura. Ciò rappresenta una minaccia maggiore rispetto alla diminuzione dell'immunità. La dimostrazione che i livelli anticorpali possono essere aumentati nella popolazione generale non dovrebbe essere considerata una prova di efficacia a lungo termine e sono necessari dati clinici robusti per valutare la necessità di dosi aggiuntive. Il rapido aumento della copertura vaccinale a livello globale rimane la priorità più urgente per la salute pubblica.