Bambini. Cavalli Sforza: "I primi anni di vita sono fondamentali" per diventare persone felici

Le cose che ci fanno stare bene sono le stesse da secoli. E hanno a che fare con le nostre esperienze. A partire dall'amicizia. Un celebre divulgatore spiega il perché
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LA FELICITA' è quella cosa che va cercata da soli, ma che alla fine esiste solo nella relazione con l’altro. "In altre parole, come già aveva osservato Aristotele: non si può essere felici in un mondo di infelici", dice Francesco Cavalli Sforza, scrittore e divulgatore e autore, insieme al padre genetista Luca, del libro La scienza della felicità. Come vivere bene? (Rizzoli), che oggi torna nelle librerie in una edizione aggiornata.

Parliamo di scienza, dice Cavalli Sforza, perché la ricerca perenne di questo stato d’animo procede per tentativi ed errori, come le sperimentazioni in laboratorio. Naturalmente è una scienza personale, ma in buona sostanza le cose che ci fanno stare bene oggi sono più o meno le stesse che ci facevano stare bene nell’antichità: buona salute, mezzi sufficienti per vivere – non la ricchezza – e la possibilità di dedicarsi a opere che arricchiscono il proprio spirito e quello di chi ci circonda.

Gli amici

L’amicizia, la scoperta di ciò che è buono, giusto, bello. "Così i Greci vedevano il mondo. Ed è una descrizione che io trovo abbastanza completa", aggiunge lo studioso, "come del resto anche la visione di Epicuro, raccolta nella Lettera a Meneceo: il principio e bene supremo nella condotta è la saggezza […]. Essa ci insegna a comprendere che non c’è vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta che sia priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili".

La felicità per tutti

Se le cose che ci fanno felici sono da sempre più o meno le stesse, continua Cavalli Sforza, assai diverso è l’atteggiamento nei confronti della felicità che ha segnato le varie epoche. Nell’antichità, la felicità era una questione per pochi eletti. Poi nel Settecento, con la definizione dell’utilitarismo di Jeremy Bentham per il quale è "bene" ciò che aumenta la felicità degli esseri sensibili, si fa strada il concetto di felicità come patrimonio collettivo.

La genetica

Se ricerchiamo il nostro bene, è necessario che anche gli altri cittadini abbiano la possibilità di stare bene: la felicità diventa anche una questione politica. Ma la differenza principale è nelle aspettative dell’umanità. Tra i filosofi greci è diffusa l’idea che la felicità sia raggiungibile. I pensatori da Kant, ritengono invece che sia una chimera. In questa affannosa ricerca umana, anche la biologia gioca un suo ruolo.

"Molte ricerche mostrano come ciascuno sembra preimpostato su un certo livello di felicità", spiega Cavalli Sforza. Dunque bisogna fare i conti anche con una certa base genetica. Niente a che vedere con 'il gene della felicità', ovviamente: anche se conoscessimo il nostro genoma, cosa che non è, non troveremmo una singola sequenza in grado di farci vedere il mondo con gli occhiali rosa, è una questione di equilibri complessivi i cui percorsi sono ben lontani dall’essere conosciuti.

Esperienze e famiglia

"Però – aggiunge lo studioso – è ormai chiaro che anche in presenza di fortune o di tragedie, dalla vincita alla perdita di una persona cara, le persone modificano il proprio grado di felicità/infelicità per circa sei mesi, per tornare nello stato originario. Il resto lo fanno le esperienze dei primi anni di vita, la famiglia. In pratica è la vita che ci modella. Un paragone è con il Qi, il quoziente intellettivo, che viene erroneamente identificato con l’intelligenza e che invece misura solo alcune facoltà logico-matematiche utili negli anni di studio", aggiunge Cavalli Sforza.

Per decenni ci siamo chiesti quanto sia ereditario o dipenda dall’applicazione del singolo individuo. Oggi sappiamo che nel formare il Qi concorrono per un terzo la genetica, un terzo l’ambiente e un terzo l’iniziativa individuale. Io penso – dice Cavalli Sforza – che anche la felicità dipenda da questi tre fattori. Quindi si può imparare a essere felici? Sì, e bisogna cominciare da piccoli. Il regista David Lynch va in giro per il mondo per convincere le scuole a introdurre un quarto d’ora di meditazione trascendentale ogni mattina. È una magnifica idea, perché la meditazione costringe a interfacciarsi con se stessi, è utile per l’apprendimento e per la socializzazione. Ma il primo passo è imparare a riconoscersi. In mancanza di una serena accettazione di se stessi, con i pregi e i difetti che ci caratterizzano, la felicità resterà sempre un miraggio".

Cosa accade nel cervello

Piccole scariche di elettricità, sinapsi che si creano e si distruggono, sostanze chimiche che viaggiano da un neurone all’altro... Cosa accade nel cervello quando sperimentiamo la felicità? Sebbene la questione sia al centro degli interessi della ricerca – capire cosa succede è essenziale a fini medici – sappiamo poco. Perché è difficile ricreare la felicità in laboratorio.

"Studi hanno cercato di riprodurre il contesto chiedendo ad attori di immedesimarsi in persone felici, ma si tratta di situazioni artificiali", racconta Costanza Papagno, neurologa della Sin e docente di Psicobiologia all’Università di Trento e di Milano Bicocca. Poi ci sono ricerche condotte su persone con danni cerebrali, per esempio con forme di demenza frontotemporale o malattia di Huntington. E qui arrivano le sorprese. "Studi su pazienti afasici mostrano che coloro che hanno lesioni nell’emisfero sinistro sono inclini alle reazioni catastrofiche, mentre chi ha lesioni all’emisfero destro ha reazioni euforiche. Da qui l’idea che le emozioni positive vengano processate nell’emisfero sinistro e quelle negative, in quello destro".

La depressione

L’ipotesi non è approfondita, ma negli Usa la stimolazione magnetica è utilizzata per trattare forme di depressione. Si sa che a essere attivate in presenza di emozioni sono due aree del cervello: l’insula, una porzione della corteccia cerebrale tra il lobo temporale e il lobo frontale, e l’amigdala. "Quando si mostrano immagini piacevoli, nell’amigdala sinistra c’è più afflusso di sangue, che segnala una maggiore attività", dice Papagno. Ad aggiungere un’altra tessera al grande puzzle, i ricercatori dell’Università di Kyoto che grazie alla risonanza magnetica, hanno descritto il ruolo del precuneo, piccola regione nei lobi parietali, dalle cui dimensioni sembra dipendere la quantità di felicità che siamo in grado di provare.