Vaccino Covid, l'immunologa Viola: "La terza dose solo per alcune categorie di pazienti"

Per l'esperta non è ancora il momento di pensare a un'ulteriore somministrazione per tutti. Germania, Usa e Israele hanno annunciato che lo faranno. Ma l'Oms replica: "meglio vaccinare prima i paesi poveri"
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LA GERMANIA e Israele hanno annunciato un programma vaccinale per somministrare la terza dose, unendosi a nazioni come Russia, Cina ed Emirati Arabi Uniti che le stanno già inoculando (nel caso della Cina e degli Emirati Arabi Uniti, la motivazione è la minore efficacia dei vaccini sviluppati con parti inattive del virus). Ma accanto ai Paesi che propugnano questa strategia, ci sono quelli che ritengono che non sia stata ancora dimostrata la necessità di una terza dose in questo momento. E così la discussione sulla terza dose del vaccino si diffonde ancora più rapidamente della variante Delta.

Prescriverla al pubblico, rischiando poi di non avere più abbastanza dosi per il primo o il secondo ciclo vaccinale per coloro che finora ne sono stati esclusi, oppure no? E soprattutto, quali sono i soggetti che ne gioverebbero di più? In realtà quest’ultima domanda – che è la più importante – non è ancora risolvibile con l’esattezza che chiediamo alla scienza, perché manca quello che si definisce “correlato di protezione”, vale a dire dei marker precisi (come un determinato livello di anticorpi neutralizzanti, o altri indicatori sempre relativi alla risposta immunitaria) che possano farci capire quando una persona è a tutti gli effetti protetta dal rischio di infezione. Quindi in assenza di un accordo tra gli scienziati sui marker “definitivi”, le discussioni sulla necessità di una terza dose devono ancorarsi necessariamente alle osservazioni sulla durata dell’immunità nei primi vaccinati.

A cosa serve il richiamo?

A indurre la moltiplicazione dei linfociti B, che insieme ai linfociti C sono la “memoria” del nostro sistema immunitario: si formano dopo la prima vaccinazione (o quando guariamo da un’infezione) e, producendo gli anticorpi opportuni, ci proteggono da infezioni future di quello specifico patogeno. Il richiamo vaccinale, inoltre, promuove l’affinità della maturazione dei linfociti B: li fa viaggiare verso i linfonodi, dove i linfociti B potranno acquisire mutazioni e aumentare l’efficacia degli anticorpi prodotti.

Cosa dicono i dati finora

Le prime vaccinazioni sono iniziate a dicembre 2020. Se l’immunità delle persone che si sono vaccinate allora, e non hanno fatto il richiamo, fosse notevolmente inferiore all’immunità ottenuta a ridosso dell’iniezione – e se quindi il tasso di infezioni risultasse maggiore nei primi vaccinati - questa sarebbe un’indicazione molto utile per la comunità medica mondiale. Un dato significativo a questo proposito è quello rilasciato di recente dal ministro della salute israeliano. Considerando i vaccinati tra dicembre 2020 e luglio 2021, la protezione garantita dal vaccino è calata dal 90% di dicembre al 40% a fine giugno, anche per effetto della variante Delta.

I dati rilasciati da Pfizer il 28 luglio – in uno studio non peer-reviewed pubblicato su medRxiv che ha coinvolto oltre 44.000 volontari – mostrano che l’efficacia del vaccino cala dal 96% all’84% dopo sei mesi. Solo uno dei volontari vaccinati, nel periodo di sei mesi, è stato colpito dalla forma grave del Covid, cosa che ha portato l’esperto di vaccini Paul Offit a ritenere che le due dosi del vaccino garantiscano comunque una protezione adeguata. Una proiezione contenuta nello studio Pfizer suggerisce che se l’efficacia del vaccino continua a decrescere al ritmo osservato nei primi sei mesi, allora a 18 mesi dalla vaccinazione calerebbe sotto il 50%, ovvero la minima soglia d’efficacia.

Mentre Johnson&Johnson ancora non ha rilasciato dati sull’efficacia a medio termine, Moderna il 5 agosto ha rilasciato dei dati provenienti da uno studio di fase 3 che ha coinvolto 25.654 pazienti che hanno ricevuto la seconda dose il 22 ottobre 2020. L’efficacia della doppia dose dopo sei mesi, secondo i dati forniti da Moderna, si attesterebbe sul 93%. Ma gli effetti stagionali dell’autunno – con l’aumento delle attività al chiuso – insieme alla diffusione della variante delta potrebbero, secondo gli esperti dell’azienda farmaceutica, suggerire l’opportunità di una terza dose. Il dato più recente è stato riportato il 18 agosto da Pfizer: la terza dose del suo vaccino porta l’efficacia all’86% nelle persone over 60, secondo i risultati iniziali di uno studio che ha coinvolto 149.000 persone in Israele. Solo lo 0,02% dei 149.000 che hanno ricevuto tre dosi del vaccino è risultato positivo al Covid, in confronto allo 0,2% dei 675.000 che avevano ricevuto solo la seconda dose a gennaio/febbraio.

Terza dose o no?

Per Antonella Viola, direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca pediatrica Città della Speranza di Padova e docente di patologia all’università patavina, non è ancora il momento di parlare di terza dose per la popolazione generale, in quanto mancano evidenze scientifiche convincenti. La terza dose potrebbe però servire – secondo Viola – a stimolare una risposta più forte nelle persone immunodepresse o molto anziane che hanno avuto una bassa risposta alle prime due dosi. Studi mostrano che pazienti che assumono farmaci immunosoppressivi in seguito a trapianti d’organi non generano alti livelli di anticorpi dopo la doppia dose vaccinale, quindi in questo caso una terza dose potrebbe essere utile.

Anche per Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, ritiene che la terza dose del vaccino non vada proposta alla popolazione generale. "Sarebbe un errore, perché c’è chi non ne ha assolutamente bisogno: non può essere che a 8 mesi venga fatta a tutti indistintamente", ha spiegato Bassetti. Sul tema interviene anche virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell'Università Statale di Milano. "E' ipotizzabile che le terze dosi si facciano tra ottobre e novembre". "Ovviamente è un destino - dice Pregliasco - va valutato in un'ottica di presenza del virus. Cioè credo che ora sia da fare la vaccinazione per tutti, anche per i bambini, e che ci sia anche la necessità di un rinforzo della protezione per tutti. Poi nel prossimo futuro, se noi lavoriamo bene adesso potremo magari non prevedere un richiamo tutti gli anni nei prossimi anni". Quindi non più una terza dose solo per anziani e fragili? "Dipende dalla situazione epidemiologica, se i casi sono pochi - spiega il virologo - puoi arrischiarti ad avere persone meno protette, in questa fase no".