Danni da errori medici, il 90% delle richieste non è accolto

In Italia circa 35mila all'anno: come capire quando sono inutili. Importante una valutazione preliminare del medico legale
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In Italia ogni anno ci sono circa 35mila richieste di risarcimento danni per un errore medico. Fra questi 9 su 10 si concludono con un insuccesso e un nulla di fatto per il paziente. Oltre la metà di tutte le cause riguardano quattro settori medici. In testa c'è l'ortopedia, con il 17.9% delle richieste di risarcimento. A seguire, l'Oncologia con il 13,4%, Ginecologia e ostetricia con il 12,6% e Chirurgia generale - che include tutti gli interventi all'addome, al seno e alla tiroide - con l'11,9%.

Secondo i dati di un'indagine di Osservatorio Sanità, insieme a Ania e Marsh risk consulting, circa il 45% delle richieste risarcitorie proviene dal Sud Italia, il 23% dal Centro e il 32% dal Nord.  

Gli specialisti dell'Istituto Medico Legale (IML), insieme a medici esperti del tema, hanno affrontato l'argomento in un incontro sulla responsabilità sanitaria in Ginecologia e Ostetricia. L'obiettivo è fornire un orientamento sul problema per far capire quando non conviene fare causa. Conoscere fin dall'inizio le reali possibilità di riuscita, infatti, è importante per il paziente, per evitare di sprecare tempo e energie, per il medico colpito dall'azione legale, e anche per la macchina giudiziaria sovraccarica.

Se manca la fase preliminare

Secondo gli esperti dell'Istituto Medico Legale, in tutti i casi in cui la persona ritiene di essere vittima di un errore medico è opportuno - e sempre più necessario, anche a fronte del recente aumento dei contenziosi - richiedere una consulenza tecnica di un medico legale per una valutazione iniziale del caso. "Quest'analisi", sottolinea Niccolò Maria Sposimo, medico legale e consulente dell'IML, "è un primo essenziale filtro che fa sì che il richiedente venga informato delle reali probabilità di successo, valuti pro e contro e possa decidere se fermarsi o andare avanti con maggiore consapevolezza".

Tuttora, però, questa fase preliminare spesso manca. "Con il risultato che buona parte dei contenziosi che si concludono con un insuccesso", aggiunge l'esperto, "non avevano passato o non erano stati sottoposti a questa fase valutativa".

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Il danno era prevenibile? 

Alla base di qualsiasi studio preliminare bisogna capire se la persona ha avuto una complicanza, magari anche rara o grave ma comunque inevitabile e contemplata, oppure se è vittima di un errore. Nel caso di una complicanza, poi, ci si deve chiedere se era inevitabile. "Le parole chiave sono prevedibilità e possibilità di prevenire l'evento - chiarisce Sposimo - Quando il danno era prevedibile e prevenibile allora si può ipotizzare un errore medico. Bisogna chiedersi: gli operatori sanitari hanno fatto tutto il possibile per prevedere correttamente i rischi e evitare un evento avverso?".

Il consenso informato

Un altro punto centrale riguarda la corretta somministrazione dei moduli del consenso informato, in cui il paziente si dichiara consapevole dei rischi e li accetta. "Anche in presenza di complicanze che statisticamente possono verificarsi e non sono prevenibili", spiega Sposimo, "qualora il paziente non abbia firmato il consenso informato, questa mancanza rimette le carte in gioco, anche in termini giuridici, e permette di rivalutare il caso".

Ma i problemi possono sorgere non soltanto quando il modulo non è stato sottomesso o non è firmato. "Anche quando il consenso non è completo - aggiunge l'esperto - ad esempio se indica genericamente che il paziente è a conoscenza dei rischi, i quali però non sono dettagliati nel modulo, oppure non contiene le alternative possibili, questa carenza fornisce una prova di una non corretta informazione del paziente. Tutti questi casi possono rientrare in un'autonoma voce di danno per cui si può fare richiesta".


Ginecologia, quali sono le richieste

Quasi il 13% dei contenziosi ricade nel settore dell'Ostetricia e della Ginecologia. "La maggioranza delle richieste riguarda danni del feto o della madre nel corso del parto o comunque in conseguenza di questo", spiega Sposimo. "I casi per cui arrivano più spesso domande di risarcimento sono quelli della paralisi cerebrale". Si tratta di un disturbo grave, per fortuna piuttosto raro, che colpisce 1-2 bambini su 1000. "In diversi casi la causa non è legata a problemi perinatali, avvenuti durante il parto, ma la paralisi era precedente", sottolinea l'esperto. "Tuttavia è comprensibile che quasi tutti i genitori con un bambino affetto da questo disturbo sporgano denuncia considerando per l'estrema gravità della patologia e le conseguenze psicologiche negative per il piccolo e per la famiglia al momento della diagnosi".


Ma ci sono anche casi di richieste risarcimento legate a eventuali episodi di "violenza ostetrica", un fenomeno di cui ultimamente si parla di più anche a livello mediatico. "Ci sono domande di danni ad esempio nel caso della pratica dell'episiotomia, quando è associata a conseguenze funzionali, come incontinenze urinarie", sottolinea Sposimo.

"Anche in questi casi bisogna capire se e come lo specialista ha preso la decisione, se la paziente era correttamente informata, se la pratica era inevitabile. Anche perché ci sono anche circostanze opposte, in cui l'episiotomia era necessaria e invece non è stata effettuata".

Riguardo a eventuali casi di inadeguata assistenza durante il parto con pratiche non corrette e forme di violenza verbale, la situazione è più complessa. "In quel caso in assenza di una complicanza fisica misurabile, ma di un danno psicologico - conclude Sposimo - ci possono essere valutazioni degli specialisti di salute mentale e la documentazione assente può essere sostituita da eventuali testimonianze".