Long Covid: per un terzo dei pazienti la malattia non vuole finire

Un ampio studio inglese stima che oltre il 37% dei pazienti presenta ancora sintomi a 4 mesi dalla fine dell’infezione. Uno dei più comuni è la fatigue, una mancanza di forze innaturale che, in alcuni pazienti potrebbe essere destinata a cronicizzarsi
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FIATO corto, dolori muscolari, sonno agitato e 'fatigue', una mancanza di forze innaturale che colpisce dopo sforzi fisici anche banali, e può arrivare a impedire di lavorare e di portare a termine le normali routine quotidiane. Secondo lo studio React-2 dell’Imperial College di Londra sono questi i segni più comuni del long Covid, quella sequela di sintomi con cui si trova a convivere un numero considerevole di pazienti nelle settimane e mesi che seguono la fine dell’infezione. Disturbi di cui ancora non è chiara la causa, ma che stando ai risultati preliminari dello studio inglese (ancora in attesa di pubblicazione) colpirebbero circa un terzo dei malati Covid al termine dell’infezione, e che saranno quindi uno dei principali lasciti della pandemia con cui dovremo fare i conti quando (si spera presto, ovviamente) vaccini e nuovi farmaci avranno finalmente addomesticato Sars-Cov-2.

Lo speciale: cosa succede al corpo umano dopo l'infezione

Lo studio

Dalla sua, lo studio React-2 ha un numero molto alto di pazienti: oltre 500mila, che rendono i risultati particolarmente affidabili, nonostante siano basati sull’autovalutazione del proprio stato di salute da parte dei partecipanti, adulti residenti in Inghilterra che hanno accettato di partecipare alla ricerca rispondendo a un sondaggio online tra lo scorso settembre e il febbraio di quest’anno. All’interno di questo vasto campione, circa il 19% dei partecipanti ha dichiarato di aver sofferto di Covid19. Di questi, il 37,7% soffrirebbe ancora di almeno un sintomo del long Covid a 12 settimane dal termine dell’infezione, e quasi il 15% dichiara di soffrire di tre o più sintomi. In totale, il 5,8% della popolazione studiata (considerata rappresentativa di quella inglese) ha dichiarato di soffrire di Long Covid, una percentuale che, proiettata sull’intera nazione, fa prevedere oltre due milioni di pazienti con long Covid nella sola Inghilterra. Se la situazione fosse simile anche nel nostro paese, vorrebbe dire fare i conti con oltre 3 milioni di pazienti con sintomi debilitanti che permangono per mesi in seguito a Covid19.

I sintomi

“I sintomi del long Covid sono senz’altro frequenti nei pazienti che guariscono dalla malattia acuta, anche se al momento i dati di letteratura sono ancora molto variabili”, spiega Marco Rizzi, direttore dell’Unità Malattie Infettive dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tra i primimissimi ospedali in prima linea nella guerra contro Covid 19, e quindi anche tra i primi a fare i conti con le conseguenze a lungo termine della malattia. “Sappiamo comunque dall’epidemia di Sars del 2002, molto simile a Covid 19 per caratteristiche e agente eziologico, che si tratta di sequele di salute relativamente comuni, e che possono avere una durata molto variabile: spesso spariscono nel giro di qualche mese, ma sono noti pazienti che continuano a presentare problemi a 15 anni dalla guarigione nel caso della Sars”.

Alcuni sintomi, come quelli polmonari, cardiaci, renali, sono probabilmente una conseguenza diretta dell’azione del virus, dei farmaci assunti durante la malattia o della permanenza in terapia intensiva. E sono solitamente correlati alla gravità della malattia sviluppata dal paziente. La fatigue è invece un sintomo più sfumato, e quindi più difficile da diagnosticare e studiare in modo rigoroso e oggettivo. Al momento comunque sembra comparire con frequenza paragonabile anche in caso di malattia lieve o, forse, persino asintomatica.

Parola d'ordine: riposare

“Si tratta di una sintomatologia complessa – sottolinea Rizzi – pazienti che non presentano danni d’organo o disturbi psicologici valutabili con test o indagini strumentali, ma che continuano ad avere problemi di stanchezza gravi a settimane, anche mesi, dalla guarigione. In alcuni casi si parla di 'deconditioning', che sarebbe un declino della funzionalità fisica a seguito di incidenti o malattie che obbligano a un periodo di allettamento o riposo forzato. I termini sono sfuggenti, le definizioni dibattute e non univoche. Quel che è certo è che vedo ancora pazienti che a 15 mesi dalla guarigione non riescono a migliorare né con la fisioterapia né con altri approcci riabilitativi. Persone che faticano a veder riconosciuto il loro disturbo, con problemi nella sfera lavorativa e familiare, e ai quali per ora siamo costretti a dire che dovranno convivere con il problema fin che non si risolverà spontaneamente, o arriveranno novità terapeutiche in grado di aiutarli”.

La fatigue

Le cause della fatigue non sono ancora chiare. Tra le ipotesi al vaglio si trova un po’ di tutto: un’attività virale residua, che però sfuggirebbe completamente alle analisi strumentali; meccanismi autoimmuni scatenati dall’infezione, anche in questo caso privi di indizi biologici; o forse un mix di queste e altre cause, varie ed eventuali. E la mancanza di un indicatore certo per la diagnosi complica anche i tentativi di trovare una cura. Il primo consiglio dei medici è di rivolgersi a un fisioterapista o a un fisiatra, che preparerà un piano di riabilitazione personalizzato pensato per le specifiche esigenze dei pazienti. Una strada che è bene percorrere senza demordere alle prime difficoltà, ma che in alcuni pazienti non da i risultati sperati, e anzi – lamentano alcuni malati – sembra addirittura peggiorare l’intensità dei sintomi.

Difficile fare previsioni sul decorso

“È molto difficile dire ai pazienti cosa possono aspettarsi in questi casi”, conferma Paolo Tarsia, direttore della Struttura complessa di Pneumologia dell’Ospedale Niguarda di Milano. “Le manifestazioni sono molto variabili, e non del tutto inaspettate dopo una polmonite o un’infezione virale acuta. Nella maggior parte dei casi riprendere l’ettività fisica, senza spaventarsi se inizialmente può sembrare difficile, aiuta, e il problema tende a risolversi spontaneamente col passare delle settimane, o dei mesi. In una percentuale piccola di pazienti questo non avviene, e non sappiamo ancora dire quanto può durare il problema, o se può diventare un disturbo cronico. Al momento i pazienti guariti relativamente di recente da Covid 19 sono ancora troppi per pensare di affrontare in modo specifico il problema. Ma più avanti, quando la maggior parte sarà tornata in salute e il numero di persone che continueranno ad avere problemi di astenia o ‘fatigue’ sarà ben più limitato, dovremo sicuramente attivarci per studiare come aiutare questi pazienti a ritrovare una buona qualità di vita”.

La sindrome da fatica cronica

Una possibilità sarebbe quella di fare affidamento sull’esperienza maturata nelle (poche) strutture che nel nostro paese si occupano della cosiddetta sindrome da fatica cronica, o Cfs (cronic fatigue sindrome), una patologia rara e ancora scarsamente riconosciuta nel nostro Paese, che presenta sintomi sovrapponibili alla fatigue che colpisce alcuni pazienti long Covid. “La Cfs è una patologia caratterizzata da sintomi da astenia, una riduzione delle forze e della mobilità che spesso esordisce proprio in seguito a un’infezione virale”, spiega Fabrizio Conti, direttore del dipartimento di Reumatologia del Policlinico Umberto I di Roma, che da decenni studia la sindrome da fatica cronica. In qualche modo i sintomi sono simili a quelli di una sindrome parainfluenzale, che però non si risolve mai. Nel caso della Cfs non esistono terapie farmacologiche che possano aiutare i pazienti, ma si ottengono risultati importanti con terapie fisioterapiche graduali e una pianificazione attenta delle attività quotidiane. Trattandosi di una patologia molto rara non è pensabile, al momento, immaginare un coinvolgimento dei centri che se ne occupano, come il nostro alla Sapienza, vista la mole di pazienti post Covid che ci sono attualmente nel nostro Paese. “Ma quando l’epidemia ci darà finalmente tregua – conclude Conti – penso che ci sarà senz’altro spazio per sfruttare il know how accumulato dagli specialisti che si occupano di Cfs anche per provare ad aiutare quei malati in cui la fatigue causata da Covid 19 non si risolve spontaneamente”.