Britney Spears e i disturbi mentali, quando il confine è molto sottile

(afp)
La popstar è intervenuta in tribunale per difendersi dal padre che ha la sua tutela giuridica ed economica da oltre 13 anni. Riproponendo il tema dei comportamenti fuori dagli schemi etichettati come malattia
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Britney Spears è tornata in tribunale qualche settimana fa per chiedere di poter decidere della sua vita e di essere svincolata dalla tutela del padre, che ha definito "abusante". Da 13 anni il padre controlla infatti l'intero patrimonio e la vita della figlia. Anche la sorella si è schiarata dalla parte della popstar, e i suoi fan, con movimenti di opinione sempre più pressanti che chiedono "libertà per Britney".

 

Una vicenda controversa ma che parte da una considerazione: la tendenza a psichiatrizzare i problemi della vita, trasformando in malattia le difficoltà dell’esistenza e attribuendo così l’etichetta di 'malati', potenzialmente incapaci di autodeterminarsi, a persone che hanno avuto comportamenti anticonformisti o che si sono lasciate andare all’espressione tumultuosa delle proprie emozioni. È quanto sembra essere accaduto a Britney Spears, sottoposta alla tutela del padre Jamie da più di tredici anni, in seguito a intemperanze, gesti clamorosi e abusi alcolici che le sono costati anche la custodia dei due figli per sette anni.

La tutela comprende anche la gestione dell’ingente patrimonio accumulato dalla popstar nel corso della sua carriera, la possibilità di obbligarla a sottoporsi a cure psichiatriche e persino le decisioni riguardanti la scelta di togliere la spirale per avere una gravidanza, secondo quanto la stessa Britney ha raccontato con passione alla giudice della corte superiore di Los Angeles Brenda Penny.

La vicenda di Britney Spears, comprensibilmente provata dalle conseguenze del suo successo planetario sul piano della stabilità emotiva e sentimentale, chiarisce quanto la psichiatria possa essere utilizzata per 'normalizzare' i comportamenti delle persone, mettendo a tacere le voci dissonanti per non ascoltare quanto di critico o di dirompente possa provenire da quelle espressioni di dissenso. Ci si chiede se la donna era malata o se la sua vita sia stata manipolata dai familiari. Difficile capire il confine tra queste due situazioni.

La storia di una bambina prodigio

La favola di Britney non era come appariva a milioni di fan ma un inferno, una prigione dorata. Aveva il divieto di usare i soldi guadagnati, di farsi togliere la spirale e avere un figlio. Vent’anni di vita da popstar, di Grammy Awards, Billboard, Hollywood Walk of Fame, sono evaporati quando la Spears, 39 anni, ha chiesto al suo avvocato di potersi rivolgere direttamente al giudice della Superior Court di Los Angeles.

In un discorso in collegamento video, ha raccontato il suo dramma: da tredici anni è sottoposta a tutela legale da parte del padre, Jamie Spears, 68 anni. Lui ha ottenuto il controllo totale sulla sua vita. “Non sono felice - ha detto Britney - non riesco a dormire, piango tutti i giorni, rivoglio la mia vita indietro”. Per la prima volta il mondo ha scoperto l’altra faccia della medaglia di una pop star. L’artista americana ha fatto causa al padre per liberarsi dalla tutela, scattata nel 2008, anno in cui vennero interrotte le prove per uno spettacolo in programma a Las Vegas. Britney si era opposta a un passaggio della coreografia: “Non sono la schiava di nessuno - aveva protestato - posso dire di no a un ballo”.

Il crollo

Dal momento in cui la cantante ha espresso il proprio dissenso è finita ingoiata nel tunnel: è stata dipinta come svalvolata, esaurita mentale, incapace di gestire la sua vita privata. Il passato è tornato sui rotocalchi. La relazione finita in maniera turbolenta con Justin Timberlake, il matrimonio durato 55 ore con un amico d’infanzia, annullato con un comunicato in cui si affermava che Britney “non era in grado di comprendere le sue azioni”. L’anno dopo, il matrimonio con il rapper Kevin Federline, la nascita di due figli, nel 2005 e nel 2006, poi la fine improvvisa, la perdita della custodia dei due bambini, seguita dal ricovero dell’artista in una clinica di riabilitazione ad Antigua, nei Caraibi. Pochi mesi dopo il padre ottenne di diventare il tutore legale, controllore di tutto, dalla vita privata della figlia al suo patrimonio valutato più di sessanta milioni di dollari. Per avere la tutela della piccola venne usata la formula della “conservatorship”, che in genere viene esercitata su chi ha disturbi mentali o sulle persone molto anziane non in grado di intendere.

 

Il caso di Mariah Carey

Pochi mesi fa un’altra star, Mariah Carey, aveva raccontato i suoi anni da prigioniera in casa di un marito ossessivo, il produttore musicale Tommy Mottola, che l’aveva minacciata anche con un coltello. Una semplificazione ingiusta e violenta vuole infatti che ogni comportamento problematico, inatteso o eccentrico sia l’espressione di un disturbo mentale, e viceversa che ogni persona affetta da problemi psichiatrici sia imprevedibile, pericolosa o incapace di badare ai propri interessi, e perciò da sottoporre a tutela. In Italia anche il ruolo dell’amministratore di sostegno, figura istituita nel 2004 che doveva superare quelle del tutore e del curatore, affiancando le persone temporaneamente incapaci di provvedere ai propri interessi in alcune aree problematiche come la gestione del patrimonio, si è progressivamente ampliato giungendo in molti casi alla possibilità di obbligare indefinitamente i pazienti a sottoporsi a terapie psichiatriche, a permanere presso strutture residenziali sanitarie, o a non poter decidere in autonomia della propria vita, nemmeno nella sfera intima delle relazioni affettive e del desiderio di procreare.

Troppo spesso la paura delle responsabilità spinge gli operatori sociali e sanitari a scelte difensive che di fatto soffocano la libertà delle persone, quando invece bisognerebbe ricordarsi che chiunque, fino a prova contraria, deve essere considerato libero di autodeterminarsi, anche sbagliando ed eventualmente fronteggiando le conseguenze dei propri errori.