Covid e sanità: con la pandemia persa in 15 mesi l'aspettativa di vita guadagnata in 10 anni

I dati di Osservasalute 2021 fotografano l'eredità pesantissima lasciata dall'epidemia sul sistema sanitario: controlli rimandati, prevenzione procrastinata. Sono andate male anche le regioni più virtuose. Il caso Lombardia, con una mortalità sorprendentemente alta
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Che la pandemia avesse lasciato a tutti noi un pesantissimo conto da pagare - oltre al dramma dei decessi - era inevitabile. Ma vederlo così, nero su bianco, fa davvero impressione. Perché in appena 15 mesi di Covid-19 quello che avevamo guadagnato in un decennio come Paese in termini di aspettativa di vita è svanito, evaporato. E non è l'unico prezzo: è aumentata la mortalità per diabete, per le demenze, per le malattie cardiovascolari. Probabilmente per la paura di andare al pronto soccorso o in ospedale, durante la pandemia. Per i controlli rimandati, la prevenzione procrastinata.

Dati drammatici, quelli presentati oggi da Osservasalute, l'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che da 18 anni racconta - in oltre cinquecento pagine frutto del lavoro di 242 ricercatori - come si vive, ci si cura e anche che sistema sanitario ci assiste nelle regioni in cui abitiamo. Una differenza che spesso significa molto per i cittadini, assistiti in modo difforme e discontinuo a seconda di dove risiedono.

Ed è proprio la parcellizzazione della Sanità una delle responsabili delle differenze spesso molto sensibili nell'assistenza tra una regione e un'altra. "Siamo di fronte a una crisi molto chiara, strutturale - ragiona Walter Ricciardi, ordinario di Igiene all'università Cattolica e direttore dell'Osservatorio - che sconta mancanza di investimenti e aggiornamento. Non ce la fanno neanche le regioni più virtuose. Serve una riorganizzazione radicale, ci sono i soldi con il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), encomiabile, ma mancano le indicazioni. Che cosa serve alla Sanità? Partiamo dal rapporto Stato-regioni: la devoluzione ha mostrato i suoi fallimenti e le regioni non riescono a fare economia di scala né a stare vicino ai cittadini. Il secondo punto è il rapporto tra medicina territoriale e ospedaliera, completamente sganciate, il terzo il rapporto non definito tra pubblico e privato, poi ancora la grande sfida professionale, con i nostri medici che sono i più anziani dell'Ocse e non c'è ricambio. E poi la grande chance tecnologica, che però, con la frammentazione esistente, non può essere colta uniformemente. Se non risolviamo queste sfide non potremo dare le gambe a una vera riforma della Sanità".

Ma veniamo ai dati di Osservasalute. Da febbraio 2020 si sono registrati oltre 4 milioni 234 mila contagi e oltre 126 mila decessi, un numero tale da far diventare Covid-19 la seconda causa di morte. Rispetto all'anno precedente le 746mila morti del 2020 sono moltissime, osservando la serie storica degli ultimi 10 anni, con un incremento di oltre 101 mila decessi. Più morti e meno aspettativa di vita, anche con una riduzione di 1,4 anni per gli uomini e 1 anno per le donne, ma con picchi di -2,6 in Lombardia tra gli uomini e -2,3 in Valle d'Aosta tra le donne.

Regioni che - ragiona Alessandro Solipaca, curatore del rapporto e direttore scientifico dell'Osservatorio che opera nell'ambito di Vihtali, spin off dell'Università Cattolica, presso il campus di Roma - nella sanità narrativa erano considerate le più efficienti. "Proprio la Lombardia - continua - è un caso clamoroso perché a parità di condizioni e quindi analizzando la mortalità standardizzata, non ha avuto più contagi ma una mortalità elevatissima. Per capirci: a fronte di una media italiana di 103,9 morti su centomila abitanti, la Valle d'Aosta ne ha avuti 246 e la Lombardia 208,6, con un aumento anche di sette volte delle vittime di polmonite e influenza sull'anno precedente".

E poi ci sono i malati "normali", e la pandemia ha colpito duramente anche loro. Perché sono stati chiusi gli ambulatori specialistici, sono saltati i controlli - e la telemedicina ha funzionato solo in rari ed encomiabili casi, spesso messi in piedi dai singoli medici - e non è stata fatta prevenzione. E i fragili hanno pagato il prezzo più alto: rispetto alla media 2015-2019 sono aumentate le altre cause di morte, rispettivamente del +49% per le demenze, del 40,2 per le cardiopatie ipertensive, del 40,7% per il diabete. "E non sappiamo ancora - continua Solipaca - che impatto avranno gli strascichi del Covid sulla salute dei guariti. Li temiamo tutti, perché notiamo gli effetti del Long Covid. E anche in questo caso il recupero sarà più lento, lì dove la sanità arranca".

Di fronte al ciclone Covid, la Sanità - o meglio, le tante Sanità regionali - hanno risposto in modo diverso, un modo legato al proprio modello e che ha però sortito risultati molti diversi, pagati da operatori sanitari e cittadini. "Le regioni hanno avuto comportamenti diversi nella gestione dei contagiati - si legge nel rapporto - Lazio e Sicilia, due regioni con la prevalenza dei contagi più bassa rispetto alla media, hanno fatto più ricorso all'ospedalizzazione; al contrario il Veneto, una delle zone maggiormente colpite dai contagi, ha gestito, più di ogni altra, i pazienti a domicilio". In ogni caso OsservaSalute racconta la disomogenità: di contagi, ricoveri in terapia intensiva, morti.

Infine, la campagna di vaccinazione, partita a singhiozzo per la mancanza iniziale di dosi: fino al 7 giugno 2021 sono state somministrate oltre 38 milioni di dosi di vaccino, 13 milioni di persone vaccinate, delle quali il 21% ha completato il ciclo vaccinale. Complessivamente le performance delle somministrazioni, sul totale delle dosi disponibili, sono state molto buone: quasi il 91% a livello nazionale e comunque non al di sotto dell'84% (Sardegna). Il sistema sanitario è stato messo a durissima prova e ne è uscito malconcio. "Ma ha resistito grazie agli eroismi degli operatori sanitari - conclude Ricciardi - adesso però bisogna voltare pagina e scrivere il libro del "come" riformare la Sanità".