Mal di schiena: una nuova cura dalle staminali

Ci prova una sperimentazione al campus biomedico di Roma. Per trattare i pazienti che non rispondono alle terapie
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Sei italiani su dieci soffrono regolarmente di mal di schiena, un disturbo che può rendere molto difficile la vita quotidiana e che è stato ulteriormente aggravato da lockdown e smart working. Oggi un team di ricerca Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma sta per testare su un campione di volontari un nuovo approccio terapeutico, già studiato da 15 anni dal gruppo stesso e promettente. Si tratta del trapianto delle cellule staminali autologhe (prelevate dallo stesso paziente e ritrapiantate) che servono per rigenerare i tessuti dei dischi fra le vertebre, spesso causa del mal di schiena cronico. Dopo anni di analisi e la raccolta di prime prove favorevoli, i ricercatori danno il via a uno studio clinico di fase 2, lo stadio intermedio della sperimentazione, su questo problema, finanziato da Inail. La ricerca coinvolgerà 52 pazienti con mal di schiena cronico, associato al disturbo citato, ovvero con una discopatia degenerativa che non trae giovamento dalle terapie convenzionali.

Trovare una via di mezzo

Quando il dolore non passa nonostante i farmaci e la fisioterapia, il problema può essere causato dalla degenerazione dei dischi intervertebrali, piccoli ammortizzatori naturali posti fra le vertebre, che ci sostengono nei movimenti e attenuano le pressioni. I trattamenti standard vanno da antidolorifici ad antinfiammatori, da infiltrazioni alla fisioterapia, fino alla chirurgia.

“L'approccio chirurgico è però spesso eccessivo dato che è associato spesso ad altre problematiche successive”, sottolinea Gianluca Vadalà, chirurgo ortopedico e ricercatore presso il Campus Bio-Medico. “Con l'operazione, infatti, il disco viene bloccato e questo nel tempo può portare a un sovraccarico dei dischi sovra e sottostanti, di fatto non risolvendo il problema”.

Manca ancora, secondo l'esperto, un approccio di grado intermedio fra l'assunzione di farmaci e l'intervento chirurgico, e la via di mezzo potrebbe essere fornita proprio dal trapianto di staminali. Per questo il team del Campus Bio-Medico sta esaminando questo tipo di intervento da 15 anni.

I precedenti

Precedenti ricerche su animali e prime prove su pazienti hanno mostrato una buona efficacia terapeutica. “Si è già concluso uno studio multicentrico internazionale, cui abbiamo partecipato - racconta Vadalà - che ha coinvolto 100 pazienti in Europa ed era basato sull'uso delle staminali, anche se da donatore e non autologhe. Ancora non c'è una pubblicazione, ma i dati preliminari sono favorevoli sia rispetto alla tollerabilità del trattamento sia riguardo all'efficacia”.

Si è dimostrato che ci sono tre meccanismi di azione. “Oltre alla ripopolazione dei tessuti danneggiati - sottolinea il chirurgo ortopedico - le staminali ravvivano e rinforzano le cellule già presenti, riattivandole, e trasportano dei segnali - di fatto scambiando sostanze - che hanno un effetto antinfiammatorio e che stimolano il rinvigorimento dei tessuti”.

Lo studio in partenza

Per tutti questi motivi oggi gli scienziati proseguono nella ricerca e hanno appena dato il via a uno studio clinico con caratteristiche un po' diverse rispetto al precedente europeo. In primo luogo, utilizzeranno staminali autologhe, cioè provenienti dallo stesso paziente, e non da donatore.

“Il vantaggio potrebbe essere quello di un più basso rischio di rigetto - prosegue l'esperto - a fronte di costi leggermente più alti e della necessità di una doppia procedura, ovvero del prelievo e del trapianto”. Mentre con il donatore il prelievo può coprire più pazienti. “Inoltre a differenza degli altri studi – aggiunge Vadalà – possiamo agire e trattare più di un disco e fino a 4 dischi, e questo ci permette di fornire un intervento più completo”.

I candidati ideali

I ricercatori stanno ora coinvolgendo volontari dopo aver trovato candidati ideali. “Il candidato ideale è una persona di età compresa fra i 30 e 45 anni - sottolinea il chirurgo ortopedico - anche se nel trial potremo includere individui dai 18 ai 65. Sono persone con dolore cronico che non passa e che non risponde alle terapie standard. L'idea è quella di intervenire precocemente in pazienti con un disturbo di entità media”.

Gli altri criteri che rendono la persona candidabile riguardano la presenza di un dolore che non scende sotto un certo punteggio e il rilievo di un certo livello di degenerazione dei dischi fra le vertebre tramite risonanza magnetica. I pazienti con ernia del disco e con la sciatica, invece, non possono essere inclusi in questo tipo di trattamento.