Una terapia genica per combattere la cecità

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Sono due diciottenni i primi pazienti sottoposti in Italia alla sperimentazione clinica per curare l'amaurosi congenita di Leber, malattia genetica della retina che comporta cecità dalla nascita
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UNO SPIRAGLIO DI SPERANZA per bimbi che non hanno mai visto la luce. Condannati dalla nascita al buio totale. Sono quelli che vengono al mondo così, con gli occhi già spenti a causa di una malattia, l’amaurosi congenita di Leber di tipo 10. Rara ma comune. Solo apparente la dicotomia: il primo aggettivo si riferisce alla patologia genetica, il secondo alla mutazione, la sigla che rappresenta la più frequente causa di cecità nella prima infanzia.

Un’invalidità che la scienza finora non è riuscita a contrastare, prevenire o combattere adeguatamente. Ma è di qualche giorno fa l’annuncio di una possibile svolta grazie a una sperimentazione che, condotta nella Clinica oculistica dell’Ateneo Vanvitelli di Napoli diretto da Francesca Simonelli nell’ambito dello studio Illuminate, riuscirebbe a restituire la vista a una fascia di non vedenti così rilevante e non rispondente ad alcun trattamento.  In questo caso non un protocollo chirurgico ma una terapia genica somministrata per via intravitreale che potrebbe portare ad una vera e propria rivoluzione nel campo delle cure contro l’amaurosi.

Il farmaco in questione, a base di RNA, si chiama Sepofarsen e agisce in maniera selettiva identificando e correggendo una mutazione all’interno del gene CEP290 con conseguente riattivazione della funzione svolta dalle cellule retiniche. Hanno 18 anni i primi due pazienti sottoposti in Italia alla sperimentazione clinica, al momento in fase 3, quella di valutazione di efficacia. Lo studio è condotto in doppio cieco: un paziente riceve il farmaco, l’altro un placebo, ma nessuno, nemmeno il medico, sa a chi dei due è stato somministrato. Intanto con il protocollo in corso, l’unica novità che trapela dai corridoi della clinica oculistica partenopea, è il miglioramento di un paziente: inizia a vedere e, ovviamente, se ne desume sia quello a cui è stato inoculato il Sepofarsen nel corpo vitreo.

L’amaurosi è inquadrata  nel gruppo di malattie di cui la forma che si identifica come LCA10 è la più frequente e tra le più gravi. LCA10 è causata da mutazioni nel gene CEP290, di cui in particolare la p.Cys998X si presenta con la maggiore prevalenza. Attualmente si stima che circa 2.000 persone nel mondo occidentale siano affette da LCA10 associata a mutazione p.Cys998X, quella che conduce alla perdita precoce della vista causando cecità nella maggior parte dei pazienti nei primi anni di vita.

Sepofarsen è frutto della ricerca dei laboratori olandesi ProQR Therapeutics, impegnati nello sviluppo di terapie a base di RNA per il trattamento di gravi malattie genetiche rare, come appunto l'amaurosi congenita di Leber, la sindrome di Usher e la retinite pigmentosa.

Commenta la scienziata: "In uno studio clinico di fase 1/2, condotto precedentemente, è stato rilevato che Sepofarsen (rimborsabilità approvata dall’Aifa a gennaio) è ben tollerato, garantendo la sicurezza del paziente, e nella maggior parte dei soggetti trattati è stato osservato anche un miglioramento della capacità visiva.  Ed è sulla base di questi risultati incoraggianti, che stiamo partecipando al più ampio studio Illuminate, per la valutazione definitiva dell'efficacia del farmaco".

Si tratta di un trial clinico di fase 3, in doppio cieco randomizzato, che ha arruolato circa 30 pazienti tra Usa ed Europa con il coinvolgimento di 4 centri: Olanda, Germania, Francia e Italia. I candidati ricevono una somministrazione con schema in successione: si parte dal tempo zero, poi via con la seconda dopo tre mesi e la terza, infine, a distanze di altri sei mesi. A seguire, dopo un anno, il protocollo viene ripetuto con analoghe modalità per il trattamento dell’altro occhio.

Finora la sperimentazione ha riguardato soggetti maggiorenni, ma sono già in reclutamento bambini dai tre anni in su. "Stavolta non si è ricorso al bisturi come nella sperimentazione  precedente conclusa  sui due bimbi pugliesi affetti da distrofia retinica ereditaria legata a mutazione del gene RPE65 – ricorda la Simonelli - In quel caso furono sottoposti a un intervento chirurgico che prevedeva l’iniezione del farmaco direttamente nella retina". I dati definitivi sull’esito della ricerca in corso arrivare entro maggio. Poi, dopo la Vanvitelli di Napoli, partiranno il Policlinico Careggi di Firenze e il Gemelli di Roma.

"La clinica Oculistica del nostro Ateneo è un’eccellenza internazionale – a esprimersi così è il rettore Gianfranco Nicoletti – Ma soprattutto è ormai punto di riferimento per tanti pazienti che approdano qui da tutta Italia per affidarsi ai nostri scienziati. I loro studi stanno portando a una piccola grande rivoluzione in alcune malattie genetiche".