Tumore del seno: così annebbia la mente

Non è solo un effetto della chemioterapia: una donna su 4 riporta problemi cognitivi già prima di cominciare le cure. Un approfondimento nella nostra Newsletter Saluteseno
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SE NE PARLA poco, ma tra gli effetti del 'cancro al seno' ci sono anche i problemi cognitivi. Non è solo qualche vuoto di memoria o il dimenticarsi perché si è entrati proprio in quella stanza. Come raccontiamo nella newsletter di Salute Seno questa settimana (qui il link per iscriversi gratuitamente), è il sentirsi annebbiati, rifare la stessa domanda alla stessa persona diverse volte nell’arco di pochi minuti, è lo scoprirsi disorientati o incapaci di sostenere una conversazione. Così le pazienti descrivono il cosiddetto chemo-brain, la nebbia da chemio. Ma, secondo una revisione degli studi che hanno cercato di descrivere questo fenomeno e pubblicata su Psycho-Oncology, ben una donna su quattro riporta difficoltà cognitive già prima di cominciare i trattamenti. 

 

Effetti ancora da indagare

Fare il punto sul chemo-brain non è affatto semplice: gli studi non sono molti, e molto pochi sono quelli longitudinali prospettici, che indagano le differenze nella sfera cognitiva delle pazienti prima, durante e dopo l’inizio di una terapia. Che poi c’è da chiedersi: quale terapia? La maggior parte delle osservazioni si riferiscono alla nebbia mentale sperimentata dalle pazienti in chemioterapia, che sembrano essere quelle che subiscono l’impatto maggiore. La spiegazione? Secondo alcune evidenze, alcuni farmaci possono intaccare l’integrità delle cellule adibite alla difesa del sistema nervoso centrale (microglia), creando un ambiente ostile il cui effetto finale è di “compromettere” la buona trasmissione dei segnali nervosi. “Sappiamo molto meno degli effetti cognitivi della radioterapia e della terapia ormonale, che pure ci sono”, precisa Agnese Losurdo, oncologa all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano: "Ma se la radioterapia e la chemioterapia, per quanto debilitanti, sono limitate nel tempo, le terapie ormonali si protraggono almeno per 5 anni, arrivando talvolta a 7-10 anni. Pertanto le loro eventuali ripercussioni sulla sfera cognitiva possono avere un impatto significativo e prolungato sulla vita delle donne - dal rendimento lavorativo alla gestione della casa e della famiglia, solo per fare degli esempi".

 

Non chiamatelo (solo) chemo-brain

Come anticipato inoltre, l’analisi su Psycho-Oncology condotta dai ricercatori dell’Utrecht Brain Center ci dice che quasi un quarto delle donne presenta problematiche cognitive prima dell’inizio delle terapie. Qui, però, i dati divergono: in alcuni casi si assiste a un miglioramento quando viene definito il percorso di cura, un 24% delle pazienti peggiora ulteriormente dopo la fine delle cure e un altro 24% dopo un anno. "Questi dati sottolineano quanto ancora abbiamo bisogno di studiare il chemo-brain e di capire quali altri fattori - come le condizioni fisiche, i cambiamenti ormonali, l’ansia, la depressione e così via.. incidano”, commenta Losurdo.

Prendersi cura della sfera cognitiva

Come scrivono gli autori, monitorare nel tempo le funzioni cognitive appare cruciale per identificare le pazienti che possono potenzialmente subire un declino cognitivo e per supportarle attraverso una riabilitazione cognitiva personalizzata. “Come medici ciò che possiamo fare è ricordare a noi stessi di curare la persona e non solo la sua malattia”, riprende Losurdo: "Dobbiamo chiedere alle pazienti di segnalarci anche questi effetti collaterali qualora si presentassero, di tenere un diario dettagliato da usare come bussola durante i controlli. E dobbiamo dotarci di scale di valutazione del chemo-brain più agili che possano essere applicate facilmente nella pratica clinica quotidiana. Le pazienti potrebbero avere giovamento anche sulla sfera cognitiva da un approccio integrato - conclude l’oncologa - che prevede la mediazione e il supporto di psico-oncologi che aiutino a elaborare la propria condizione e acquisire consapevolezza".