Cibi industriali: meglio starne alla larga

Cibi industriali: meglio starne alla larga
Piatti precotti, patatine, snack: la lavorazione industriale li rende dannosi per la salute. Oltre alle cattive calorie
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EMULSIONANTI, edulcoranti, addensanti, coloranti, stabilizzanti, aromi. Se li incontrate scandagliando le etichette al reparto alimentari fareste bene a riporre il prodotto sullo scaffale: avete in mano un alimento ultra-processato, che ha subìto lavorazioni industriali tali da renderlo pericoloso per la salute.

A confermarlo è un grande studio prospettico dell’Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed di Pozzilli (IS) pubblicato sul prestigioso American Journal of Clinical Nutrition.

Dopo aver monitorato per più di otto anni le abitudini alimentari e le condizioni di salute di 22.475 partecipanti al progetto Moli-sani, gli scienziati hanno concluso che il consumo cronico di “ultra-processed food” (Upf) aumenta la mortalità generale del 26%, e quella per malattie cardiovascolari e ischemiche-cerebrovascolari addirittura del 58 e 52%.

"Dati in linea con la letteratura preesistente – ci spiega Marialaura Bonaccio, ricercatrice del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione al Neuromed e autore principale del lavoro – ma che dovrebbero farci riflettere su come stia regredendo la nostra alimentazione".

Piatti precotti, patatine, creme spalmabili, snack, barrette, bevande zuccherate: gli Upf non sono solo iper-appetitosi, durevoli ed economici; la vera ragione che ci spinge a comprarli è che sono pronti da consumare, ready-to-use. Motivo per cui vanno forte nei paesi ad alto reddito e crescono a dismisura nelle economie emergenti. E più ne mangiamo, più ci facciamo del male.

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Ma cosa li rende tanto dannosi? Dall’analisi emerge che l’elevata densità energetica tipica dei cibi ultra-processati, così come l’eccesso di zuccheri, sale e grassi saturi non spiegano del tutto rischi così marcati per chi li mette in tavola.

"Un’ipotesi è che il processo industriale stesso alteri il contenuto nutrizionale del prodotto e lo faccia diventare nocivo", chiarisce l’epidemiologa. È come se i benefìci degli alimenti, anche quelli sulla carta più salutari, fossero “annullati” dalle trasformazioni subite.

"Prendiamo una zuppa di verdure e legumi: 200 kcal assunte da un minestrone precotto non hanno nulla a che vedere con lo stesso apporto energetico derivato da ingredienti freschi e cucinati sul momento".

Più della quantità di calorie quindi, conta la qualità. "Il punto è che chi consuma più Upf ha meno tempo da dedicare all’alimentazione". E ciò avviene (seppur in misura minore che altrove), in uno dei Paesi che ha visto nascere la Dieta Mediterranea, dove il cibo è cultura centenaria.

"Un’eredità dalla quale ci stiamo allontanando – conclude Bonaccio – inseguendo modelli importati che la scienza ha dimostrato essere deleteri".

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